NORDKAPP 2022

NordKapp d’inverno

Un viaggio oltre il circolo polare artico fino al 71° parallelo

23 febbraio 2022

Come si fa a preparare i bagagli in modo logico e ordinato quando la partenza ti sorprende con ancora metà del lavoro da fare? Devo riempire il serbatoio dell'acqua del furgone, poi caricare il generatore di corrente, sistemare il gabinetto chimico, le catene da neve, gli attrezzi per le piccole riparazioni e molte altre cose che non so dove mettere, mentre Rossana appende vestiti, carica la dispensa e il frigorifero, poi porta padelle e stoviglie e prodotti per l’igiene. Le porte e le finestre di casa sono tutte aperte. Correre lungo le scale con i bagagli in mano è una gran fatica e poi, alle undici del mattino, tutto sembra pronto. Nominiamo Francesca e Gianluca custodi della casa con tutto ciò che contiene, compreso il pesce rosso nella boccia di vetro; ora è il momento di partire. Il furgone viaggia tranquillo superando le Alpi con disinvoltura. Andava tutto bene fin quando in Germania, nei pressi di Rosenheim, Rossana mi chiede: “Dove hai messo lo zaino verde con i vestiti pesanti?”, ci penso un po’: “Quale zaino verde, ? Non ne so nulla”. Così abbiamo scoperto di aver lasciato a casa gli indumenti adatti al gelo polare. Il pensiero di dover affrontare i venticinque gradi sotto zero in maglietta e tuta da ginnastica, ci costringe a trovare un’immediata soluzione. Tornare a recuperare lo zaino ripercorrendo i quattrocento chilometri che ci separano da casa è un inutile dispendio di denaro e tempo, quindi non resta che dirigerci al primo centro commerciale di Rosenheim per acquistare gli indumenti adatti. Certo che, la nostra, non è stata una partenza perfetta, è la prima volta che viaggiamo con questo camper Westfalia e non so quali sorprese potrebbe riservarci, inoltre abbiamo ancora qualche strascico del COVID, di cui si dice che sia causa della “Nebbia cerebrale”, sarà per questo che ci siamo dimenticati lo zaino e chissà che altro. Mai avrei immaginato di trovarmi a fare shopping in Germania alle cinque del pomeriggio, ma è accaduto e devo dire che la fortuna ci ha assistito perché abbiamo trovato una svendita di caldissimi maglioni e pantaloni pesanti che ci stanno a pennello. Sono le sei della sera e viaggiamo ancora in modo da avvicinarci più il più possibile a Wurzburg. Alle nove decidiamo di fermarci in un’area di sosta dove pernottano i camionisti. È la nostra prima notte in camper, apriamo il tavolo, accendiamo il riscaldamento e anche il fornello per preparare la cena. Finita la serata, bisogna riordinare e aprire il letto, poi ci infiliamo sotto i piumoni augurandoci la buona notte. Rimango ancora qualche minuto sveglio guardando attraverso le tende le luci dei fari dei camion mentre fanno manovra, poi sogno bagagli dimenticati che rotolano lungo la strada.

24 febbraio 2022

È un’altra giornata di viaggio e in Danimarca incontriamo una fitta nevicata, che in breve trasforma l’autostrada in una pista da sci. Percorriamo novecento chilometri da Wurzburg a Aarhus in Danimarca, poi, quando non ce la facciamo più, ci fermiamo per la notte in un distributore di benzina, dove in un self service ceniamo con il piatto speciale danese, consistente in un abbondante arrosto di maiale con patate immerse in una gustosa salsa, barbabietole rosse, cetrioli sott’aceto, e birra da litro. Ancora nevica, ma dopo questa cena danese è necessario stare un po’ all’aperto prima di coricarci sotto le coperte della piccola casa viaggiante.

25 febbraio 2022

Sveglia all’alba, colazione e partenza per raggiungere Irtshals dove ci imbarcheremo per Kristiansand in Norvegia. Dobbiamo percorre solo centonovanta chilometri, ma è meglio arrivare al porto il prima il possibile, perché dobbiamo acquistare il biglietto e fare il checkin per l’imbarco. Siamo fortunati, solo due ore d’attesa e la nave abbandona la Danimarca navigando verso la Norvegia.

NORVEGIA

Il sole è all’orizzonte quando sbarchiamo a Kristiansand e un raggio di luce ancora mi abbaglia mentre viaggiamo lungo una tortuosa strada tra profondi fiordi e gelidi laghi. Poi, a Stravanger, la strada s’interrompe e saliamo su un traghetto senza capire dove arriveremo. Quando sbarchiamo è buio, ad Ardal c’è un’indicazione per un camping, ormai è tardi e non possiamo trovare altro, per cui ci avviamo sperando di trovare aperto. Ci fermiamo davanti all’entrata, non ci sono sbarre o cancelli, però la reception è chiusa, ma sulla porta c’è un biglietto con un numero di telefono. Prima di chiamare il proprietario m’inoltro a piedi tra i bungalow e le roulotte e il camping sembra deserto, poi una luce s’accende, qualcuno c’è, una donna con due figli che sembrano abitare qui da tempo. Il camping funziona, c’è la corrente elettrica e anche i bagni e la cucina sono aperti, non resta che telefonare, e per questa notte siamo a posto.

26 febbraio 2022

La notte gela, ma ancora non abbiamo incontrato quel freddo polare che ci aspettavamo. Siamo impazienti di superare il sessantaseiesimo parallelo, per incontrare il vortice polare e scoprire la forza delle tempeste di neve, questo non solo per il desiderio d’avventura, ma per toccare con mano come l’energia del gelo, capace di trasformare questi luoghi in lande ghiacciate, sia in realtà fragile e destinata a sparire. Ci sarà un tempo in cui neppure il ricordo resterà di questo mondo in bianco e nero, fatto di neve, ghiaccio e scure figure di pietra.

27 febbraio 2022

Il nostro viaggio continua e la neve sulla strada si fa sempre più alta. Seguiamo una tortuosa via che si snoda tra profondi fiordi, poi, a Stavangher s’interrompe e dobbiamo salire su un traghetto. Continuiamo il nostro viaggio tra tornanti e navi fin quando, superato Bergen, raggiungiamo Fjellstova, una piccola località dove si pratica lo sci da fondo e la sera si riposa in un rifugio. Decidiamo di pernottare nel parcheggio; prepariamo il furgone per la notte e scopriamo che il nostro impianto di riscaldamento non funziona, fortunatamente il rifugio ha degli attacchi per la corrente elettrica che utilizziamo per riscaldarci con la stufetta elettrica. La temperatura durante la notte scende a meno quindici gradi e l’umidità gela decorando gli alberi con milioni di piccoli aghi di ghiaccio che la mattina brillano al sole.

28 febbraio 2023

Mancano un ottantina di chilometri a Vevang dove inizia l’Atlantic Ocean Road, una strada fatta di ponti che saltano da un’isola all’altra tra straordinari panorami del mare di Norvegia e delle montagne innevate. La nostra guida turistica decanta questa strada come la più affascinate del mondo, ma mette anche in guardia il viaggiatore della sua pericolosità quando il mare è in tempesta e le onde spazzano l’asfalto. Il furgone s’inerpica lungo il primo ponte, l’impressione è che alla fine di questa ripida salita ci sia il nulla, ma arrivati in cima il panorama è fantastico, poi una ripida discesa atterra su un pietroso isolotto spazzato dalle onde. Ci fermiamo nel parcheggio del ponte Storseisundet, il più alto degli otto ponti che uniscono questi dieci isolotti abitati dai villaggi dei pescatori. Camminiamo lungo un sentiero che scende fino a toccare l’Oceano Atlantico e da qui guardiamo l’immenso ponte che s’innalza verso il cielo, mentre le auto che lo percorrono sembrano sparire inghiottite dalla sommità della salita. Otto chilometri tra la città di Vevang e Karvag sono troppo pochi. Per quanto procediamo lentamente e con molte soste, il tempo passa tropo veloce ed invece noi vorremo continuare a viaggiare tra ponti sospesi e isole bagnate dalle onde oceaniche. Il viaggio continua verso Trondheim, di chilometro in chilometro la strada si fa più gelata e una fitta nevicata ci coglie dopo duecento e venti chilometri. A Heggstadmoen, decidiamo di fermarci in un parcheggio. Sono le diciotto e ormai da due ore è notte, la prima cosa da fare è mettere in funzione il generatore di corrente, ma commetto l’errore di appoggiarlo sulla neve e in meno di cinque minuti lo vedo affondare in una pozza d’acqua prodotta dal calore del motore, così mi precipito a spostarlo su un grande vaso in cemento, sperando, che in quella posizione non infastidisca qualcuno a causa del rumore. Mentre fuori ogni traccia sparisce sotto la neve, noi ceniamo al caldo e poi la cucina, con pochi e abili movimenti, si trasforma in una confortevole camera da letto. Alle nove della sera stiamo accucciati sotto la calda coperta di lana merinos, mentre la stufetta scalda la nostra piccola casa viaggiante. Alle due di notte sento un freddo pungente, ho le orecchie gelate, caparbiamente mi rannicchio sotto la coperta, ma poi m’accorgo che il generatore di corrente è silenzioso, allora con la torcia elettrica lo illumino, è ancora lì, ma la benzina è finita. Con gli occhi semi chiusi apro il portellone, afferro la tanica con il carburante e in ciabatte affondo nella neve, mentre un vento gelido mi sferza il viso. Nel silenzio della notte la neve scricchiola sotto i mie passi, non nevica più e il cielo nero sembra bucato da milioni di piccole luci provenienti dall’infinito, poi il ronzio del motore riporta il calore. Con i piedi gelidi m’infilo sotto la coperta e con un sorriso mi riaddormento.

1 marzo 2022 

Oggi supereremo il circolo polare artico, per raggiungere Bodo da dove ci imbarcheremo per approdare alle Lofoten. Ale prime luci dell’alba facciamo colazione e una sottile neve scende insistentemente. È tutto pronto, si può partire, le gomme da neve fanno buona presa, viaggiamo tranquilli su una strada deserta, costeggiata da cascate ghiacciate di un intenso colore azzurro. Chilometro dopo chilometro il gelo diventa padrone di ogni cosa, i colori spariscono nel bianco della neve e solo rari alberi mostrano la loro scura e spoglia figura, il mondo ora è in bianco e nero come in un vecchio film. La nevicata si fa più intensa e un violento vento proveniente da nord spazza la strada lucida di ghiaccio. Pochi chilometri e ci accodiamo a una fila d’auto, con in testa uno spazzaneve che ci guiderà attraverso quella che ora è diventata una vera tempesta. Nel turbinio di neve riesco a stento a vedere le luci dell’auto che mi precede, poi tutti accendono i lampeggianti e la coda d’auto lentamente si muove. Il navigatore satellitare segnala che abbiamo appena superato il parallelo sessantasei. È così che ci ha accolti il circolo polare artico. Viaggiando lentamente non riusciamo a raggiungere Bodo, così ci accampiamo per la notte nel piazzale di un centro commerciale.

2 marzo 2022

La mattina non nevica più, esco dal furgone per spazzare la neve dai finestrini e scopro, che vicino al nostro furgone sono parcheggiate le auto di chi di buon’ora va fare la spesa, c’è anche una farmacia già aperta e un discreto via vai di gente, ma nessuno si meraviglia nel vedere un vecchio Westfalia, coperto di neve, che costudisce i suoi passeggeri al caldo mentre consumano la colazione con caffè, latte, burro e marmellata. Prima di riprendere il viaggio facciamo il pieno della costosissima benzina, ma quando schiaccio l’acceleratore per ripartire il motore non prende giri, s’ingolfa e sbuffa, non m’arrendo, accelero a fondo e dallo scarico esce un fumo denso seguito da una serie di scoppi, poi all’improvviso il motore riprende ad andare e le ruote slittano sulla neve ghiacciata uscendo dal distributore come stessimo partendo per il gran premio; è una prima avvisaglia che qualcosa non va. Il riscaldamento da parcheggio ci ha abbandonato, speriamo che non sia la volta del motore, ma per fortuna tutto fila liscio, così viaggiamo tranquilli su questa strada bianca di neve. Raggiungiamo Bodo nelle prime ore del pomeriggio e alle quindici e trenta ci imbarchiamo.

Å - i Lofoten

È ormai notte alle diciassette quando il traghetto approda nel piccolo paese dal breve nome: “Å”. È fantastico vedere il contrasto tra il chiarore della neve, le scure montagne e la luce delle lampare mentre illuminano un piccolo paese fatto di case di legno verniciate di rosso, che, come palafitte, sprofondano le loro fondamenta nel mare. Un’ impalpabile neve scende lenta senza vento e il riflesso delle luci sul mare rende tutto più magico. Raggiungiamo l’ultima casa a picco sul mare, che porta la scritta: “Leie hytte” che significa: “affittasi cabina” e noi ne prendiamo possesso. Il silenzio della notte è dolcemente rotto dall’infrangersi delle onde e l’odore del legno rende ancora più confortevole il tepore della nostra stanza, mentre fuori nevica.

3 marzo 2022

In questa mattina limpida con poche nuvole all’orizzonte, sarà bello fermare i ricordi con fotografie e riprese. La bassa marea ha scoperto la scogliera dove sopra sta saldamente infisso un groviglio di pali che sostiene, come palafitte, le casette rosse, dai tetti neri e le finestre bianche, mentre la montagna incombe sul villaggio e un mare profondo si muove lentamente. Tutto è imbiancato da una fredda e polverosa neve, che ad ogni soffio di vento disegna vortici nell’aria. Seguiamo una strada fatta di neve, che da un lato costeggia spiagge di pietre e licheni e dall’altro montagne gelate da dove precipitano cascate di ghiaccio e scure nubi, che poi s’infrangono tra il vento e il mare. Alle Lofoten c’è un luogo dove i più abili e coraggiosi praticano il surfing sulle onde del mare d’inverno. Una ripida strada ci conduce alla spiaggia di Ervikstranda, ci fermiamo su una piccola altura ad osservare le evoluzioni dei surfisti mentre, come foche tra i ghiacci, attendono il momento migliore per scomparire tra i flutti e subito riapparire in piedi sulla tavola cavalcando come equilibristi l’onda più grande. Proseguiamo verso Svolvaer, lentamente e con molte tappe. Il tramonto è sul finire quando arriviamo nel piazzale di un piccolo porto, dove i viaggiatori possono affittare delle stanze simili a container, ben comode e riscaldate. La sera, dopo cena, passeggiamo per le strade di un paese gelato, deserto e silenzioso, l’unica presenza umana è quella di una statua di bronzo dedicata a Jack Brentsen, un cantante folk, nato qui, e famoso in Norvegia.

4 marzo 2022

La luce dell’alba illumina il piccolo porto di Svolvaer mentre noi riprendiamo il viaggio verso nord. Lungo la strada coperta di neve incontriamo rari automezzi, che filano via sicuri delle loro ruote chiodate. Costeggiamo i fiordi dove il mare è ancora gelato e i pescatori attendono con pazienza, seduti davanti a un buco nel ghiaccio, che un pesce abbocchi. Saliamo il lungo pianoro di Kvænangsfjelle , ora abbiamo superato il parallelo sessantanove e bastano quattrocento metri d’altitudine per abbassare la temperatura a meno venti gradi. Il cielo si copre di nuvole grigie, il nostro Westfalia, come una piccola macchia, tinge questo mondo severo e senza colore, ma che all’alba e al tramonto si colora di tutte le sfumature del rosso e, la notte, dell’aurora boreale .

5 marzo 2022

Dopo la sosta per la notte, riprendiamo il nostro viaggio e alle quattro del pomeriggio arriviamo ad Alta quando è già buio, mancano ancora duecento quaranta chilometri a Capo Nord e fa molto freddo, così decidiamo di fermarci qui. Le strade della città sono deserte e la neve scricchia sotto i piedi; è venerdì e i ristoranti sono affollati, solo il raffinato ristorante italiano: “Alattio Pizza e Pasta” ha un tavolo libero e ci serve una fantastica tagliata di renna con salsa e patate, una vera specialità Norvegese.

6 marzo 2022

NordKap

Viaggiare su questa strada bianca di neve e ghiaccio è ormai un’abitudine, ho dimenticato i nastri d’asfalto scuro, dove le ruote hanno una presa sicura, qui ogni curva, in frenata o accelerazione va valutata per tempo senza esitazioni. Capo Nord è una isola posta oltre il parallelo 71, con un dislivello di trecento metri sul mare. Qui ci siamo già stati, ma d’estate con il sole di mezzanotte, allora c’era un traghetto, che attraversava il breve tratto del Mar Glaciale Artico, oggi, con il nostro furgone, percorriamo il tunnel lungo sette chilometri e profondo oltre duecento metri sotto il livello del mare. Dieci minuti, sottoterra, nel buio, e sopra di noi il mare, poi, all’improvviso, l’accecante bagliore della neve illuminata dal sole. Alla nostra destra le scure onde s’ infrangono sugli scogli frantumando le lastre di ghiaccio formatesi nel mare, mentre alla sinistra imponenti pareti di roccia nera nascondono il cielo. Ora la strada sale, viaggiamo in un deserto bianco, mentre le nuvole mosse dal vento assorbono i raggi rossi del sole fermo all’orizzonte del tramonto e la strada di ghiaccio riflette le intense luci del nord. “Non è normale, non può essere vero”, penso tra me e me: “ Qualcuno deve aver preparato questa scenografia per noi”, i colori di questo lungo tramonto, cambiano dal rosa, al rosso, fino al viola e la neve li riflette verso il cielo e il mare, neppure i migliori effetti cinematografici riuscirebbero a creare questa magia. Mentre mi godo estasiato questo infinito spettacolo di luci, il cicalino del convertitore benzina – gas emette due bip-bip e, tragedia, il furgone si ferma. Provo a rimettere in moto, ma niente, non va, allora i miei occhi abbandonano il panorama fermandosi sul cruscotto, poi, sui fusibili ed anche sui relè; è tutto in ordine, non mi resta che aprire il cofano motore, ma anche qui, cavi, candele e filtri è tutto a posto, ma il furgone resta immobile in questo luogo che ora m’appare deserto e inospitale, neppure il cellulare riesce a prendere il segnale per chiamare i soccorsi. Tra meno di due ore arriverà la notte e il buio e il vento faranno scendere la temperatura a oltre i meno venti gradi, non passa nessuno, siamo soli, in balia degli eventi. Mi avvio a piedi verso un punto più alto alla ricerca del segnale telefonico, passo dopo passo il furgone s’allontana, ora è l’unico minuscolo segno della presenza dell’uomo in questa landa gelata mentre il sole è sempre lì, fermo all’orizzonte. Finalmente ricevo un segno dal telefono e subito chiamo il numero del soccorso, ma risponde una segreteria automatica e non riesco a capire una parola. “Mi arrendo, resteremo qui questa notte, abbiamo il generatore di corrente per scaldarci, abbiamo da mangiare per giorni e domani vedremo”, così penso, poi mi guardo intorno e mi rendo conto di essere su un rilievo da dove si vede il mare e le grigie nuvole che salgono veloci illuminandosi dei colori del tramonto, il silenzio è come un suono che mi avvolge, ho una strana sensazione d’impotenza, ma allo stesso tempo mi sento libero, vuoto, vorrei scendere da questo cocuzzolo a capriole come una valanga di neve, invece, con passo spedito, ritorno al furgone dove m’aspetta Rossana. Ci rintaniamo nel furgone, per farci un caffè ed organizzarci per la notte, quando sentiamo un motore in lontananza, è un’automobile che proviene da Capo Nord e al primo nostro cenno si ferma per aiutarci. Sono due fotografi olandesi arrivati qui perché per questa notte è prevista l’aurora boreale e adesso stanno scendendo in paese per organizzarsi, così ci promettono di inviarci un carroattrezzi che ci trasporti fino a Skarsvåg, un piccolo paese di pescatori a meno di dieci chilometri da qui. Non abbiamo raggiunto Capo Nord e il mancare la meta mi rende triste e arrabbiato: “ Che diavolo hai, perché non vai in moto” e giro la chiave dell’accensione; miracolo! Il motore riprende a girare come se niente fosse accaduto, forse aveva voglia di riposare, oppure gli piaceva il posto. Anche se è tardi non è il caso di abbandonare la nostra meta, così, senza dire nulla riprendiamo il nostro viaggio verso Capo Nord. Ci siamo, qui finisce la strada del nord, scendiamo dal furgone che è quasi buio e affondando i passi nella neve camminando verso la scultura rappresentante il mondo, simbolo di Capo Nord; davanti a noi c’è il Mar Glaciale Artico e più lontano il Polo Nord. S’alza un impetuoso vento glaciale, che distrugge i cumoli di neve scagliandoci in faccia il gelo della notte, mentre sembra dire: “Non restate qui, questo non è un posto per umani”. Mi dispiace andarmene, perché già m’immaginavo che in questo cielo scuro arrivasse improvvisa la luce dell’aurora boreale, ma ha ragione il vento, qui non si può restare. La strada scende verso Skarsvåg, da qui si vedono le luci del paese e questo ci conforta, di sicuro troveremo un posto dove fermarci e passare la notte tranquilli. Il fiordo ci ripara dal vento e anche la temperatura sembra più mite anche se il termometro è abbondantemente sotto zero, parcheggiamo in un piccolo spiazzo ricavato tra la neve: “Qui dovremmo stare bene e non credo che il generatore possa infastidire qualcuno” , dico, ma scendendo dal furgone vedo tra la neve una porta da dove esce un po’ di luce, decido allora di chiedere se così parcheggiati arrechiamo disturbo. Salgo la ripida e gelata scala e spingendo la maniglia mi compare davanti agli occhi un luogo caldo, illuminato dai profumi di vaniglia e cannella, addobbato come fosse Natale. Chiamo Rossana che sgrana gli occhi nel vedere che un’intera stanza è dedicata agli addobbi natalizi fatti a mano, mentre nell’altra, sulla credenza, ci sono il caffè, la cioccolata calda e il tè, poi torte e pasticcini e ci si può servire a piacimento. Tutti gli abitanti del piccolo paese sono qui, seduti su tavoli di legno imbanditi con tovaglie rosse ricamate e un grande lampadario di cristallo illumina la stanza, anche le piccole finestre sono decorate con stelle e luci. “È la casa di babbo Natale” sussurro, servendomi cioccolata calda e una fetta di torta alla panna. Mentre Rossana acquista ornamenti per il prossimo albero di Natale, io chiedo a una ragazza se possiamo sostare nel piazzale qui fuori per la notte, mi risponde di sì, ma aggiunge che c’è di meglio e chiama il padre per farsi dare le chiavi del loro hytte dicendo: “È dall’altra parte del fiordo, su un promontorio vicino al mare, da dove si può vedere lontano verso nord e ovest e questa notte ci sarà l’aurora boreale”, Il prezzo è accettabile, non ce lo facciamo dire un’altra volta, accettiamo e ci facciamo accompagnare. Attraversiamo uno stretto ponte senza barriere che attraversa il punto più stretto del fiordo, poi affrontiamo una ripida e ghiacciata salita e proprio alla fine della strada c’è la nostra piccola casa nera con le finestre bianche. Mentre scarichiamo i bagagli: “Look, Look !” esclama la nostra guida e dal cielo nero come la pece, scende, come farebbe la vernice nell’acqua, la luce verde dell’aurora boreale, si muove lentamente, cambia forma, ora è come un fiume, poi come un velo copre le stelle. Abbandono i bagagli, scivolo sul ghiaccio con in mano la macchina fotografica e la cinepresa e come un equilibrista resto in piedi, provo a posizionare la macchina fotografica sul cavalletto e a regolare i tempi di scatto, ma non ci riesco, è buio, non vedo nulla e le mani mi si gelano, anche la cinepresa non riesce a cogliere la meraviglia del momento, pure il vento mi ostacola, poi oscillo e scivolo rendendomi conto che sono in equilibrio instabile su un mucchio di neve gelata, tento l’ultima risorsa, il telefono cellulare, e finalmente riesco a fissare questa luce magica tra i ricordi di NordKap.

7 marzo 2022

LA BUFERA

È da poco salito il sole, mi affaccio al balcone, i gabbani già volano alla ricerca del pesce tra mare e ghiaccio, il cielo è limpido e s’è alzato il vento. Consulto il meteo che annuncia abbondanti nevicate per domani, mi piacerebbe restare qui, tornare alla casa di Babbo Natale, poi aspettare altre aurore boreali, ma viste le previsioni meteorologiche ritengo più prudente partire oggi verso la Lapponia per raggiungere Inari in Finlandia, dove potremo rivedere le luci delle notti del nord. I bagagli sono in furgone, con un colpo d’acceleratore e un po’ di freno a mano giro il furgone in questa stretta via, poi la ripida salita e la discesa verso il ponticello senza protezione. Uscendo dal paese cominciamo a salire verso il pianoro e il clima cambia. Sulla strada gelata corre veloce la neve trasportata da un forte vento per poi ammucchiarsi in precisi punti diventati pericolosi ostacoli per il furgone. Davanti a noi c’è un altro camper che, nonostante abbia montato le catene, non ce la fa a proseguire, cerco di dargli una mano spalando via la neve dalle ruote, il gelo s’attacca ai mie vestiti e penetra in ogni piccola zona scoperta, continuo a spalare fin quando il camper riesce a muoversi, ma dopo pochi metri affonda nuovamente nella neve e si ferma. L’autista mi fa cenno di lasciar perdere e proseguire dicendomi : “Noi ci fermiamo qui, aspettiamo che la bufera passi”. Il nostro Volkswagen con le gomme da neve riesce a superare i cumoli di neve e continua a salire verso l’altopiano. Il fiordo non ci ripara più, ora siamo sull’altopiano e il vento raggiunge raffiche da cento all’ora, la strada è sparita, la neve è così fitta da non farti capire la direzione, è tutto bianco, è tutto uguale a destra, a sinistra e anche il cielo è bianco come la terra, a malapena riesco a intravvedere i pali rossi che segnano quella che ormai non si può più definire una strada Avanzo lentamente fin quando una raffica di vento fa sbandare il furgone e un rumore: “Funp fop” mi dà l’idea che abbiamo fatto un tuffo in un alto cumolo di neve, le ruote slittano e non ci muoviamo. Le gomme da neve non bastano più, devo montare le catene. Esco dal furgone e mentre il vento mi porta via, cado e scivolo sul ghiaccio per alcuni metri tenendo in mano le catene da neve e il martinetto; poi mi rialzo, ma non riesco a stare in piedi, allora a quattro zampe mi avvicino al furgone e capisco che se sto disteso i vestiti gelati s’attaccano al ghiaccio della strada, così il vento non riesce a spostarmi. Inizia il mio lavoro, ma le mani si gelano e i piccoli ganci delle catene si riempiono di solida neve. Rossana prova a spingere per muovere il furgone e con la calma necessaria a superare le difficoltà mi aiuta nell'impresa, poi, vedendo il mio viso congestionato e la barba racchiusa in un blocco di ghiaccio, mi ordina di rientrare al caldo nel furgone, accetto volentieri, ma il lavoro non è terminato, così dopo un caffè, quando il ghiaccio della barba s’è sciolto, riprendo l’operazione. Con le mani nuovamente gelate e avvolto dalla bufera, vedo dei grandi fari luminosi che penetrano la scarsa visibilità, poi una sagoma scura, occupa tutto quel che resta della strada, si ferma di fronte al furgone. Dalla grande macchina spazzaneve scende un uomo alto, robusto, con una lunga barba bionda, ben protetto da una tuta di tipo polare e mi si avvicina; allora mi preoccupo perché credo di essere d’intralcio e cerco di scusarmi spiegando che sto provando a montare le catene, ma le mie e le sue parole sono portate via dal vento. M’immagino che l’omone mi stia rimproverando: “Poteva pensarci prima a montare le catene e non qui sulla strada mentre infuria la bufera impedendo il servizio dello spazzaneve”, invece sorride e con dei cenni mi fa capire che ci pensa lui a montare le catene, è un sollievo, ogni preoccupazione sparisce e con fatica e tenacia insieme montiamo le catene; poi, il furgone con uno scatto in avanti, sfonda il mucchio di neve ed è pronto a ripartire, stringo la mano al vichingo e per sdebitarmi gli offro una bottiglia di vino e un compenso. Se non avessi ottenuto questo aiuto sarei rimasto a congelare chissà per quanto tempo, ora invece posso riprendere il viaggio aguzzando la vista per districarmi in questa immersione nel bianco della bufera mentre il furgone avanza lentamente, forte delle sue catene, che masticano neve e ghiaccio. Pochi chilometri dopo riappaiono luci lampeggianti e la strada è nuovamente bloccata, questa volta sono i due fotografi olandesi finiti fuori strada con la loro auto immersa nella neve fino ai finestrini. I soccorritori ci spiegano che questa strada è stata chiusa al traffico, ma la sbarra che impedisce l’accesso è nell’altro senso, all’entrata della galleria, mentre, per chi scendeva da Capo Nord, non hanno fatto in tempo ad avvisare, a dire il vero siamo in pochi, noi, il camper che si è fermato a Skarsvåg e i fotografi olandesi. La tormenta ci segue per un centinaio di chilometri, mentre noi avanziamo lentamente sulla neve fresca scrutando la strada per evitare di finire in mare. Il furgone procede sicuro e silenzioso sulla neve, mentre attraversando l’asfalto delle gallerie mi sembra di guidare un carro armato.

Continua