IL GRANDE VIAGGIO DIETRO LA POLTRONA

Una breve fiaba

C’era una volta, così iniziano le fiabe” pensava il bambino sottile come uno spago, dai grandi occhi verdi e lunghi capelli neri, mentre stava nascosto dietro la poltrona di velluto rosso, occupata da un uomo in cravatta e panciotto, che teneva ben stretto in mano un bicchiere di vino e in bocca un sigaro, che assomigliava al ramo secco della vecchia quercia. Nel salotto buono, in un pomeriggio di primavera, si discuteva d’affari, filosofia e politica, poi, a poco a poco, ascoltando da dietro la poltrona, il vociare diveniva lo sciacquio delle onde come quando, spinte dal vento di scirocco, s’infrangevano sulla spiaggia trasportando conchiglie e sabbia. Nella stanza, le poltrone, i mobili ed anche il tavolo con le sedie, cominciarono galleggiare sospesi sotto al soffitto. I piccoli pesci sono sempre i primi a comparire, poi arriva la tartaruga di mare, che passa davanti senza badare, più tardi, sporgendosi dalla tana sotto la gamba del tavolo, a parlare è il polipo: “Questa è soltanto confusione, non si può mescolare il mare con il salotto, sono cose non vere, che non posso star qui a vedere” e sparisce rifugiandosi nel cassetto delle posate, proprio quando arrivano i cavallucci marini, che con gran frastuono, annunciano l’arrivo del più grande abitante degli abissi. Un’ ombra scura copre la luce dell’abat-juor, ma non c’è d’aver paura, la balena non ingoia più Pinocchio, è una buona consigliera e protegge dai serpenti, che strisciando provano ad insinuarsi tra le pieghe del velluto della poltrona distruggendo il nascondiglio, è allora che l’acqua lentamente defluisce da ogni anfratto e tutto torna come prima, ma quando il ragazzo s’alza è con gran meraviglia, che si ritrova più alto della poltrona e più forte della balena. “Ah, sei qui!” dice il vecchio immerso nella nube del fumo dei sigari e il ragazzo con due balzi se ne va lontano per vedere se il cielo era restato ancora lì. Con la faccia all’insù e gli occhi verso l’infinito, il ragazzo, con le mani acchiappa le meraviglie del mondo trascurando dolore e tristezza; ma le mani si stancano e non riescono più a stringere, è così che il tempo gli fugge tra le dita. Con le gambe stanche e le ossa dolenti, il ragazzo cade supino sull’erba soffice di casa e ha ancora negli occhi l’infinito quando sente lo sciabordio delle onde, poi dondolando, lentamente scende nel profondo fino a raggiungere il deserto fondo marino dove i suoi occhi intravvedono solo un livido raggio di sole, è allora che l’ ombra gli si avvicina: “Sono la balena, vecchio mio, ora che non puoi più viaggiare stringiti al mio ventre e ti accompagnerò là dove neppure il nulla ti potrà ferire”.

Andrea