LA MOTO AL TEMPO DEL COVID19 

2019-2020

2019

- LA MOTO

Non avevo una vera intenzione di cambiare moto, ma, con la scusa che volevo montare le nuove sospensioni sulla Varadero, mi soffermavo ad ammirare i nuovi modelli esposti nella vetrina della concessionaria Honda. La mia attenzione era rivolta a una Honda Crosstourer, che il rivenditore avrebbe dovuto ritirare da un cliente, che però non arrivava. A dire il vero ero contento che la moto non fosse disponibile, perché ritornavo a casa sulla mia vecchia e fedele Varadero, pensando: “Senti come va, è ancora perfetta, di chilometri ne farà ancora tanti”. Un sabato mattina di dicembre il titolare della concessionaria mi avverte che la Crosstourer sarebbe arrivata in giornata, ma era un falso allarme, così mi sono soffermato a parlare con il capo officina, quando un signore dall’aspetto perbene, ma piuttosto alterato, ci interrompe inveendo contro la concessionaria perché nessuno l’aveva avvertito del nuovo modello di Africa Twin e voleva la sostituzione della sua moto appena comprata. Sentite tutte le lamentele, il concessionario, avvezzo ai buoni affari, mi dà un’occhiata d’intesa pregandomi di aspettare e dopo pochi minuti ho visto quel distinto signore, che prima protestava, pavoneggiarsi dietro la vetrina in sella a una Africa Twin di nuova generazione. Mentre osservavo quel viso serio che stentava a nascondere la gioia per l’acquisto del nuovo giocattolo, il titolare della concessionaria ritorna da me con in mano le chiavi della moto appena restituita e, con fare segreto, mi dice: “È un affare, duemila chilometri, tre mesi di vita. Quel signore è un tipo particolare, ha già deciso, la lascia qui e vuole quella nuova, provala” e mi consegna le chiavi. Così adesso siamo in due, sorridenti, a giocare con le due ruote. Un colpo di fulmine, perfetta in ogni suo particolare, nera opaca, cambio automatico DCT, ricca di optional e di sistemi elettronici, ma è stata la facilità di guida a convincermi definitivamente. È Natale e in garage c’è una moto nuova, la vecchia Varadero se ne è andata e farà felice un altro nuovo centauro. L’armadio della camera si è riempito di giacche, pantaloni e caschi nuovi, ci siamo rinnovati, così prende forma il progetto di un viaggio disegnato sulla carta geografica che parte da casa fino alle coste della Norvegia, lungo l’Atlantic Ocean Road, poi a Capo Nord e la Finlandia con sosta nella zona dei mille laghi e ancora in Russia a San Pietroburgo, per poi tornare a casa; undicimila chilometri in sella alla moto nuova, ben protetti da indumenti tecnici e casco anch’essi nuovi. Non era un sogno, ma un progetto realizzabile, bastava caricare i bagagli e partire, come abbiamo fatto ogni anno durante le ferie d’agosto.

L’ERA DEL CAMBIAMENTO

Il ventiquattro febbraio dell’anno duemila-venti, alle ore 19,30, guardo dalla finestra dell’ufficio, è buio e il lampione illumina le cime degli abeti mentre queste si piegano scosse da raffiche di vento e pioggia. È ora di ritornare a casa, spengo il computer e riordino le carte sulla scrivania, quando sento una voce metallica sovrastare il picchiettio della pioggia, riesco solo a capire qualche parola: “…Comunica alla popolazione … restare in casa….... il contagio ...”, mi affaccio alla finestra sperando che la voce ripeta, ma regna il silenzio e la pioggia mi costringe a richiudere le imposte. Scendo in strada con addosso l’impermeabile e il cappuccio, poi, mentre chiudo con un giro di chiavi il portone, la voce ripete: “Si comunica alla popolazione che è in atto una pandemia virale molto contagiosa, si consiglia di restare in casa, non uscite se non per gravi motivi, il pericolo del contagio è reale, restate in casa”. Attraversando la strada mi rendo conto che il paese è deserto, neppure un’automobile che passa, ci sono solo io, il buio, il vento e la pioggia. Gli altoparlanti del comune smettono di ripetere l’avviso e trasmettono il preludio in mi minore di Chopin. Resto immobile in mezzo alla strada deserta fermando con il piede un sacchetto di carta portato dal vento, è una sensazione mai provata, disorientante, irreale. Così sono cominciate le nuove regole del vivere e niente è stato più come prima. Le strade sono deserte, si può uscire di casa solo per acquistare beni di prima necessità nel negozio più vicino ed entrando uno per volta, sui marciapiedi si formano lunghe file di persone silenziose con il volto coperto dalle mascherine. Non è più possibile fare programmi, i confini sono chiusi e non solo con l’estero, ma anche tra le regioni italiane. Il virus si diffonde e al telegiornale, ogni sera, si contano i morti, ma le notizie sono vaghe e contrastanti; c’è chi nega l’esistenza della pandemia gridando al complotto, c’è chi da più di un mese sta sul divano di casa in mutande e canottiera, famiglie intere in quarantena cantano dalle terrazze dei palazzi; mentre i miei progetti sono andati in frantumi. Lo chiamano: “lockdown” e sembra non finire mai, mentre in Italia l’economia crolla, le aziende falliscono e la disoccupazione riduce le famiglie in povertà, il governo fa goffi tentativi d’aiuti distribuendo, qua e là, piccoli contributi di sopravvivenza, anche nel resto del mondo le cose non vanno bene, chi non ha dato importanza al virus sta pagando tragiche conseguenze. Nel nuovo decreto “cura Italia” il mio lavoro è elencato tra quelli essenziali, per cui torno in ufficio e ai posti di blocco mostro l’autocertificazione, che dichiara l’indispensabilità della mia attività. Devo dare una mano a chi ha bisogno di sbrigare le complicate richieste di contributi che lo stato eroga alle imprese che non possono proseguire il lavoro, poi devo revisionare i bilanci e calcolare le tasse dovute, ma i contatti umani sono ridotti al minimo, si lavora in “Smart Working” in solitudine da casa o in ufficio con gli occhi fissi sul sullo schermo del computer, comunicando in videoconferenza o tramite posta elettronica. Sono passati cinque mesi, siamo in agosto, e ancora non ci sono certezze, le regole cambiano di continuo, c’è chi ha avuto più di prima e chi ha perso tutto, altri sono coinvolti in truffe di camici e mascherine. Guardo fuori dalla finestra e il sole d’agosto splende, io sto bene e la mia nuova moto è pronta per partire, ma per dove? Il progetto di Capo Nord è sfumato, con Rossana consulto le carte geografiche per scoprire paesini italiani sconosciuti e affascinanti, potrebbe essere questa la nostra vacanza durante il COVID19, oppure possiamo uscire dai confini italiani e andare in Cornovaglia e in Irlanda, ma ogni scelta deve confrontarsi con l’incertezza del contagio. È la settimana di ferragosto e una decisone dobbiamo prenderla, infine io e Rossana siamo d’accordo: “Restiamo in Italia e il venti agosto partiamo, ritorniamo a Campo Imperatore sul Gran sasso, poi ci fermiamo qualche giorno a Matera e facciamo un giro in Basilicata, è meglio prenotare perché con il virus molti B&B e Hotel sono rimasti chiusi “. Eravamo abituati a lunghi viaggi, tenda e moto, senza mete precise, ma ogni cosa cambia e noi ci adattiamo scoprendo nuove prospettive anche in ciò che credevamo di conoscere.

21 AGOSTO 2020

È il primo viaggio della nostra nuova moto. Le grandi borse in alluminio contengono vestiti, scarpe e poco altro, è la prima volta che partiamo per un viaggio senza attrezzatura da campeggio e questo ci rende meno autonomi, costringendoci a rispettare tappe e orari; un altro pezzo di libertà è stato sacrificato in nome della pandemia. Percorrere l’autostrada è un trasferimento, che nulla ha a che vedere con il piacere del viaggiare in moto. Con la freccia che lampeggia mi sposto sulla corsia di sinistra per imboccare la direzione verso Milano-Bologna, quando, all’improvviso e senza segnalare, una vettura cambia bruscamente corsia e l’auto che mi precede frena esageratamente sbandando, mi rendo conto che, anche piantando i freni sull’asfalto, ho poche probabilità di fermarmi in tempo, per cui, lanciando maledizioni ed improperi agli incoscienti pirati della strada, accelero infilandomi tra le due auto prima che queste chiudano del tutto il passaggio. Così è iniziato il nostro viaggio lungo questa autostrada trafficata e bollente con il termometro che segna trentanove gradi e noi, sotto le giacche, ci stiamo sciogliendo come candele. Alla prima sosta all’autogrill si manifesta una particolarità del viaggio dovuta all’altezza della moto e all’ingombro delle borse, Rossana per salire e scendere ha bisogno di un gradino ed è così iniziata la caccia al marciapiede più alto. Arriviamo a Gubbio nel primo pomeriggio, parcheggiamo la moto davanti all’hotel che avevo prenotato, ancora prima di scaricare i bagagli ordiniamo due birre e, mentre il fresco liquido scorre lungo la gola arsa, l’albergatore si presenta con un’espressione da funerale dicendo: “Sono costernato, siamo in overbooking”, detto in inglese può sembrare meno grave, ma hanno accettato più prenotazioni di quante siano le stanze disponibili e la nostra camera non c’è più. Per un attimo regna il silenzio, poi dal viso dell’albergatore sparisce quell’espressione funerea, appare un rossore diffuso e ripresosi dalla figuraccia ci rassicura: “ restate tranquilli a bere la birra, adesso provvederò a sistemare la faccenda” così dicendo si precipita alla reception e dopo un animata discussione con l’addetto ritorna sorridente: “tutto combinato, ho trovato una stanza libera qui vicino, mi scuso ancora e il nostro hotel ha provveduto a pagare il pernottamento e anche la birra è offerta” . In fondo ci è andata bene, una birra e una notte pagata a Gubbio. La locanda dove abbiamo rimediato una camera di stelle non ne ha, però il gestore è ospitale e poi facciamo amicizia con Giorgio che vorrebbe viaggiare con la sua moto, ma per ora tutte le forze che ha sono concentrate sulla sua giovane famiglia e la costruzione della casa, così insieme brindiamo alle speranze e ai sogni rimandati. Tra le strette vie medievali di Gubbio non circolano auto, ma oggi tre Ferrari, la prima rossa, l’altra bianca e l’ultima gialla, continuano a sfilare passando e ripassando per Piazza Grande mentre noi stiamo seduti al caffè Ducale di fronte al tavolino dove, nella fiction televisiva, Don Matteo e il maresciallo Cecchini giocavano a scacchi. A dire il vero io non ho visto lo sceneggiato, ma conosco le vicende perché mia mamma, da vera appassionata, mi raccontava le puntate e rideva descrivendomi quando Don Matteo sembrava volare sulla sua bicicletta attraversando Piazza Grande. Giorgio, prima di salutarci, ci aveva raccomandato e prenotato una trattoria in centro a Gubbio, adesso è ora di cena, per cui riprendiamo la passeggiata scendendo la ripida scalinata della basilica e, poco dopo, lungo Via Cavour, troviamo l’Osteria dei Re.

22 AGOSTO

Prendiamo la strada più veloce che porta al Gran Sasso, dobbiamo percorrere trecento chilometri, vogliamo arrivare presto a Castel del Monte, dove abbiamo prenotato alla Locanda delle Streghe, per depositare i bagagli e poi ripartire verso Campo Imperatore. La strada si fa più tortuosa, i tornanti stretti si susseguono fino a raggiungere i milletrecento metri di altitudine, poi alzando lo sguardo dall’asfalto, vedo, arroccato sulle alture del monte Bolza, il paese di Castel del Monte. È un borgo medievale fatto di case di pietra unite da volte e scalinate e circondate da mura che assumono la forma di una stella. Parcheggiamo la moto ai piedi di una scalinata che entra in paese attraverso porta Santa Maria e scopriamo di essere dalla parte opposta del paese rispetto alla Locanda della Streghe, così lasciamo i bagagli chiusi nelle borse e ci avviamo tra le strette vie in un labirinto di porticati e scalinate. È ora di pranzo e dalle finestre esce l’odore del sugo al pomodoro e basilico e sulla griglia cuociono gli arrosticini di castrato, questa imprevista passeggiata ci fa sudare, ma anche conoscere l’atmosfera di questo paese ai piedi del Gran Sasso. Raggiunta la locanda, Rossana si ferma, mentre io ritorno sui miei passi per riprendere la moto e poi scoprire che attraverso una ripidissima e stretta via posso arrivare proprio di fronte all’albergo. La nostra camera ha muri di pietra e arredi antichi in legno scuro, un letto comodo con le coperte rosse, che contrastano con l’austero ambiente medievale, una finestra, con un largo davanzale, apre la vista sulle montagne abruzzesi fino alla Majella. Quando scendiamo, alla reception troviamo ad aspettarci un piatto di affettati e formaggi e del buon vino per darci forza e salire oltre i milleottocento metri così da raggiungere il vasto pianoro di Campo Imperatore. Con la moto scarica da bagagli imbocchiamo la strada statale 17 bis e giunti al ristoro Muciante proseguiamo fino al fonte Vetica per poi fare sosta al rifugio De Carolis, sul versante opposto della montagna che a gennaio del 2017 scaricò una enorme valanga distruggendo a Rigopiano l’Hotel “Gran Sasso Resort” e causando ventinove vittime. È domenica, il rifugio è affollato e la pandemia dimenticata, per cui non ci fermiamo molto e riprendiamo il nostro giro raggiungendo l’arrivo della funivia dove si trova l’Hotel “Campo Imperatore”, ormai abbandonato, ma diventato famoso perché il dittatore Benito Mussolini vi fu imprigionato su ordine di Pietro Badoglio e poi, il dodici settembre del mille novecento quarantatré, venne liberato dai paracadutisti tedeschi con l’Operazione Quercia. “Campo Imperatore, per esempio, potrebbe essere il Tibet, ricorda la pianura sconfinata di Phari Dzong a quattromiladuecento metri, sulla via tra l’India e Lhasa” , così l’alpinista Fosco Maraini aveva descritto Campo Imperatore e noi, percorrendo in moto ,le tortuose strade che attraversano gli immensi pascoli dal colore paglierino limitati tra i grigi picchi montuosi e il cielo, respiriamo l’aria fresca dei milleottocento metri seguendo le traiettorie della moto fino a sera inoltrata, quando poi risaliamo la ripida e stretta via che ci riporta alla Locanda delle Streghe.

Gubbio

Il Gran Sasso

Campo Imperatore

Gubbio

23 AGOSTO

La meta del viaggio è Matera e decidiamo di raggiungerla prima possibile. Fa molto caldo e l’autostrada, limitata da alte piante di fichi d’india, è deserta, poi l’improvvisa vista del mare rende il viaggio più leggero e anche l’aria sembra più fresca. Usciamo dall’autostrada a Bari in una zona industriale particolarmente triste e inquinata, poi ci dirigiamo verso Altamura lungo la statale 96 e a Modugno ci perdiamo, poi, ritrovata la giusta via, in meno d’un’ora scorgiamo i sassi di Matera in un groviglio di strette vie e case scavate nel tufo dal colore ocra pallido, poste in bilico su un precipizio. Entrando in città non vediamo più i Sassi, ma i palazzi dei quartieri popolari, che nascondono le antiche case grotta scavate nella roccia. Cercando il B&B ci avviciniamo al centro storico della città e lo stile architettonico cambia nel neoliberty anni cinquanta. Queste zone di Matera, così diverse e ben definite, raccontano la sua storica evoluzione, da quando la gente viveva in case scavate nella roccia, chiuse da una facciata fatta di blocchi di tufo. Nella casa grotta viveva tutta la famiglia insieme agli animali; non esistevano fogne e acqua corrente, tutto finiva nel letamaio e anche quello era in casa ben vigilato per timore che altri potessero rubare il prezioso fertilizzante, corredo indispensabile per essere assunti dal proprietario del latifondo, che pretendeva dai suoi braccianti il concime e l’asino da soma. Tutto quello che non entrava nel letamaio scendeva lungo le strade fino al torrente che scorre sul fondo del precipizio su cui s’affacciano i sassi di Matera, la Gravina. La popolazione viveva così, i poveri nelle case grotta senza un minimo d’igiene, mentre i ricchi abitavano nelle case stile neoliberty all’esterno dei sassi vietando ai braccianti di entrare nei loro quartieri. Nel 1945 Carlo levi con il libro “Cristo si è fermato a Eboli” rese pubbliche le condizioni di vita a Matera e il ministro Palmiro Togliatti nel 1948 definì Matera: “La vergogna d’Italia”, e così rimase fin quando il ministro Alcide De Gaspari nel 1952 emanò la legge speciale per lo sfollamento. Negli anni successivi i Sassi divennero una città fantasma, dimora della malavita, ma anche set cinematografico per film di grande successo come il Vangelo secondo Matteo di Pier Paolo Pasolini. In tempi recenti i Sassi sono stati riscoperti per la loro importanza storica e paesaggistica, così nel 2019 Matera, da vergogna d’Italia, è diventata patrimonio mondiale dell’umanità e capitale della cultura. Il nostro B&B dovrebbe trovarsi circa a metà di Via Santo Stefano, ma non vediamo insegne, ci sono solo vecchi palazzi stile neoliberty, con le soglie ben chiuse e protette da una paratia in metallo che copre solo la parte inferiore della porta. Sostiamo davanti a un’abitazione e un anziano signore socchiude l’uscio per curiosare, approfittiamo per chiedere dove sia “Casa Festa” e lui, senza parlare, ci indica la porta accanto. Prima di suonare il campanello del B&B, incuriosito, chiedo al taciturno anziano a cosa servono quei tramezzi infilati davanti alle porte: “Quann chiove l’acqu scenne comme o’fiume” mi risponde. La nostra stanza è accogliente e ha tutto ciò che può servire per un piacevole soggiorno, poi affacciandomi al balcone, scopro di essere sospeso sul precipizio della Gravina e da qui posso vedere il parco della Murgia e le grotte del paleolitico. Non c’è tempo da perdere, tra questi “Sassi” ci sono due milioni e mezzo d’anni da scoprire. Mentre m’infilo le scarpe suona il telefono: “Ciao sono Gerardo. Sei a Matera? Possiamo incontraci, c’è anche un altro amico biker”. Io e Gerardo siamo amici di penna, o meglio di social network, entrambi appassionati di sidecar e viaggi, per cui accetto volentieri l’invito. Saranno tre giorni intensi, abbiamo prenotato visite guidate e poi cene tra amici e Gerardo, da materano, sa bene dove portarci. Abbiamo consumato le scarpe ed anche i piedi, mentre, calpestando i lastricati delle strade di Matera, ascoltavamo la voce della nostra guida che rimbombava tra le strette vie chiuse tra muri di tufo e povere stanze scavate nella pietra. In queste sere d’agosto, tra la folla dai volti coperti, dentro i locali affollati e nei negozi di souvenir, la pandemia è dimenticata, forse perché il nome Lucania significa “bosco sacro” e, nel bosco sacro, anche il virus dimentica la sua natura.

Matera

26 AGOSTO

Gerardo puntuale ci aspetta per accompagnarci fuori città, poi seguiamo il suo consiglio per trascorrere una giornata al mare e ci dirigiamo verso Marina di Montegiordano sul mar Ionio, dove la sera Federica e Gerardo ci raggiungeranno per cenare assieme. Percorriamo veloci una lunga e dritta strada, che attraversa gli aridi interni della Basilicata, poi, all’improvviso il mare delimitato da colorate file di ombrelloni ben piantati tra i ciottoli del bagnasciuga, dove a quindici euro al giorno puoi avere un po’ d’ombra e due sdraio per riposare guardando il variegato spettacolo dei bagnanti in vacanza. Compriamo creme solari, poi andiamo a depositare i bagagli nel B&B che si trova alla fine di una ripida strada, così saliamo tra stretti tornanti fino a una naturale terrazza a seicento metri d’altezza, da dove, la sera si vede il sole spegnersi nel mare. Finalmente ci tuffiamo nell’acqua tiepida e trasparente dello Ionio; quasi subito, attorno alle mie gambe, si raduna un banco di piccoli pesci grigi che provano a sradicarmi i peli delle gambe a morsi e per quanto piccoli, si fanno sentire senza paura, meglio nuotare fino agli scogli e tornare sotto l’ombrellone saltellando, come su braci ardenti, tra le aguzze pietre di mare. Eccomi di nuovo disteso sulla sdraio, occhiali scuri e cappello, a guardare la vita pigra dei villeggianti. Mentre, bruciati dal sole, ci scoliamo una birra nel bar della Playa del Sol arrivano gli amici per portarci a cenare con pesce fresco e un buon vino Trebbiano. La mattina del ventisette agosto trascorriamo un’altra mattina al mare poi, prima di sera, andiamo in moto fino a Roseto Capo Spulico per vedere il castello di Federico II di Svevia, che, a picco sul mare, domina lo Ionio e anche le immondizie abbandonate qua e là lungo la strada. La sera restiamo al B&B, Rossana ha preparato la cena sul terrazzo e insieme lasciamo scorrere il tempo, mentre il tramonto dipinge il mare, le case e le pietre di rosso, per poi lasciare che la notte nasconda le cose del mondo ed anche noi ancora seduti a bere birra e guardare le piccole e lontane luci delle barche dei pescatori.

28 AGOSTO

Questa mattina scendiamo le strette curve della strada che porta al mare, ma poi deviamo verso l’entroterra per raggiungere Alberobello in Puglia. Di forma tonda, con il tetto conico, come funghi di pietra, i Trulli di Alberobello assomigliano alle case dei puffi. Sono passati molti anni dall’ultima volta che siamo passati da questa parti in sella al vecchio Guzzi e come allora il riverbero del sole sui muri bianchi di queste strane case mi abbaglia e m’invita a camminare lungo i viottoli fino a raggiungere il Grande Trullo. Non avrei dovuto entrare in moto nella piazza principale, però non me la sentivo di abbandonarla con tutti i bagagli in un parcheggio di periferia e poi dovevo farle una fotografia per un confronto con quella di quarant’anni fa. Una granita di limone al tavolo del bar e carta geografica aperta, cerchiamo strade che raggiungano la costa adriatica nei pressi di Vasto, poi con qualche telefonata troviamo da dormire a San Salvo Marina. Con le mani sporche e la maglietta stracciata, ma con lo stile e la cordialità di un maitre d’hotel, ci accoglie il proprietario del B&B scusandosi del suo inadeguato abbigliamento dovuto all’interruzione della fornitura dell’acqua per un guasto, che l’ha costretto ad arrampicarsi sul tetto per mettere in funzione la cisterna. È davvero disperato: “Siamo rimasti senza acqua! È inutile che investa indebitandomi e che m’impegni a dare un buon servizio ai turisti se poi non posso offrivi neppure una doccia, sono dispiaciuto e se volete andarvene da qualche altra parte lo capisco e me ne vergogno”. Di fronte a così tanta costernazione, invece di protestare, cerchiamo di rincuorarlo dicendogli che il posto è bello, ben curato, pulito e a due passi dal mare, per cui noi vogliamo restare, nonostante la mancanza d’acqua, allora gli torna il sorriso: “Vi farò un forte sconto. Un po’ d’acqua per la doccia posso darvela, ma non bevetela, è quella piovana della cisterna,”, poi si rivolge a un ragazzo, che sta trafficando con pompe e rubinetti per collegare l’impianto idraulico con il serbatoio dell’acqua: “Muoviti, vai a comprare delle casse d’acqua minerale, che le mettiamo nelle stanze”. Finalmente abbiamo sistemato i bagagli e ben parcheggiato la moto; poi, asciugamano sulla spalla, calzoni corti e maglietta, ci avviamo ciabattando verso la spiaggia. Attraversato il quartiere fatto di grigie palazzine in cemento armato e superato un parcheggio, dove le auto sembrano incastrate l’una con l’altra come in un puzzle, ci troviamo all’entrata della spiaggia, accolti dagli altoparlanti, che diffondo una trasmissione radiofonica. È quasi sera e la sabbia non scotta più, lunghe file di ombrelloni di un intenso colore arancione arrivano fino al bagnasciuga, noi prendiamo posto sulle sdraio anch’esse color arancio, poi c’immergiamo in un mar Adriatico trasparente e tiepido. Dopo qualche bracciata mi fermo a guardare quel bagliore arancio della spiaggia che si mescola ai colori del tramonto, è il momento di rientrare e poi andare alla ricerca di una cena di pesce fresco. Centinaia di persone con il volto coperto dalle mascherine entrano ed escono dai ristoranti, per poi passeggiare in mezzo alla calca, fermandosi, curiosi, tra le bancarelle a osservare inutili oggetti. Ragazzi e ragazze camminano veloci verso indefinite mete, certi, che questa notte succederà qualcosa da ricordare. Sul lungomare una band suona la disco music degli anni ottanta mentre il pubblico, seduto e ben distanziato per evitare contagi, ondeggia le braccia simulando una danza. Non è un’avventura, non è un grande viaggio in moto verso terre sconosciute, è solo una vacanza, una pausa rubata alla pandemia che, più veloce di ogni decisone e di ogni medicina, si diffonde invisibile e indifferente alle opinioni della gente.

29 AGOSTO

Lentamente percorriamo novanta chilometri di costa seguendo il lungomare adriatico, una lunga e ininterrotta spiaggia fitta di ombrelloni e alberghi, ho l’impressione di un’un’unica grande città che si estende da San Salvo fino all’ultimo lido di Pescara. È domenica e il centro città è deserto, mente tutti i pescaresi affollano le spiagge. Abbiamo percorso solamente una novantina di chilometri, è quasi mezzogiorno e decidiamo di fermarci a bere un aperitivo, poi mi ricordo che da queste parti abita un veccio amico, sperando che abbia ancora lo stesso numero di telefono, provo a chiamarlo, l’apparecchio squilla e Antonio mi riconosce subito: - “Andrea ciao! È da un po’ che non ci sentiamo” - “Ciao Antonio, credo di essere vicino a casa tua, sono nell’ultimo lido di Pescara.” – “Mandami le coordinate di dove ti trovi e non ti muovere, arrivo tra poco” Non ho ancora finito di bere l’aperitivo che vedo entrare Antonio e anche se sono passati quindici anni lo riconosco subito, è quello di sempre, solo i capelli sono più grigi. Ci presenta la sua nuova compagna, ma non ci sono formalità o imbarazzate presentazioni perché tutto il tempo che ci è passato addosso è cancellato e ora ci appartengono solo i ricordi. Antonio ha deciso, siamo suoi ospiti e ci fa da guida, tra ristoranti di pesce e specialità abruzzesi, poi ci fermiamo a casa sua e prima d’andare a dormire restiamo nel giardino a farci accarezzare dall’aria fresca della notte, guardando le luci delle ultime case arrampicate sui monti della Maiella.

Alberobello 40 anni fa

Alberobello oggi

Il castello di Federico II di Svevia

Il Tramonto dalla terrazza

I Trulli

Il giardino di Antonio

30 AGOSTO

In tarda mattina riprende la nostra lenta risalita della costa adriatica e l’impressione continua ad essere quella di percorrere un’ininterrotta località balneare disseminata di ombrelloni, spezzata solo dalle alte scogliere del Monte Conero nei pressi di Ancona. Prima del tramonto ci fermiamo a cercare un hotel nel lungomare di Marzocca, una piccola frazione del comune di Senigallia dove troviamo subito una camera per la notte. L’hotel Reale, ha l’aspetto di un tranquillo albergo degli anni sessanta, la nostra stanza è semplice ma accogliente e perfettamente pulita e ha una terrazza che si affaccia sul mare. La sera riprendiamo la moto e, come suggeritoci dal proprietario dell’Hotel, raggiungiamo un ristorante sul mare e non per modo di dire, perché i tavoli sono proprio sulla spiaggia; è forse l’ultima cena del nostro gironzolare lungo l’Italia, per cui scegliamo le migliori portate di pesce bagnate da un buon Verdicchio. Ritornati all’Hotel ci sediamo con il proprietario che ci offre un bicchierino di Varanelli, un liquore della zona, e chiacchierando è impossibile non affrontare il problema economico che la pandemia ha causato a tutti gli albergatori d’Italia: “È stato un disastro, gli stranieri, che erano la nostra maggior fonte di entrate, non si sono visti, l’unico mese in cui abbiamo lavorato è stato agosto con qualche famiglia di italiani. Abbiamo dovuto organizzarci spendendo per le sanificazioni giornaliere e abbiamo mantenuto l’organico dipendente al completo, perché, anche se i clienti sono pochi, il cuoco è necessario, i camerieri pure e come fare senza le pulizie. Le perdite sono state enormi, facevo meglio a non aprire come hanno fatto molti altri, ma la speranza mi ha spinto a non arrendermi e poi, da generazioni il Reale è sempre stato in funzione da primavera all’autunno, e io sono stato il primo ad aprirlo solo d’estate e per poco più di un mese ed ora dovrò fare i conti con i debiti” Si è fatto tardi e il cielo si sta rannuvolando, per domani si prevedono temporali su tutta la costa, saliamo nella nostra stanza e lasciamo aperta la porta della terrazza che s’affaccia sul mare, perché lo sciacquio delle onde ci culla come una ninnananna e mi fa sognare avventure oceaniche.

31 AGOSTO

Piove!

È il giorno del rientro e mentre preparo la moto un bambino mi chiede: “Partite in moto con il temporale? Non avete paura di bagnarvi e di prendere freddo?”. Da navigato motociclista gli faccio vedere che ci copriamo con le tute antipioggia e che il freddo non ci fa paura, siamo ben attrezzati ed esperti di avventure, ma quel bambino non aveva tutti i torti, forse non era la giornata più indicata per fare un rientro di quattrocento chilometri. Come consueto riprendiamo a viaggiare seguendo il lungomare, che questa mattina è deserto, soffia un forte vento da est e la pioggia scende a scrosci mentre i fulmini si scatenano tra cielo e mare. Capiamo subito che stiamo avvicinandoci alla zona di Misano Adriatico perché il traffico si fa più intenso e non c’è strada da percorrere senza incolonnarsi con auto e corriere che rientrano dalle ferie, poi, poco più avanti, un turbinio di foglie e uno schianto, un grande albero non ha retto al vento ed è rovinato sull’asfalto, per fortuna senza danni ai passanti. Lentamente, molto lentamente, arriviamo a Rimini dove decidiamo di fare una sosta. Rimini è una città ricca di storia e di mare, ma oggi non riesco a guardarla come avrei voluto attraverso i ricordi di Fellini del film Amarcord. Ci fermiamo in una gelateria, facciamo il punto di rotta, mancano ancora trecento chilometri di pioggia e vento per arrivare a casa, così decidiamo di abbandonare il lungomare e di prendere la Romea. Dopo pochi chilometri il traffico rallenta, poi si ferma in una lunga coda di cui non si vede la fine. Il navigatore segnala che l’autostrada è chiusa a causa di un incidente e tutto il traffico si è riversato sulla Romea, così enormi camion si accodano con le auto dei vacanzieri, con le roulotte e i camper. Per noi invece inizia un lungo e lento sorpasso. Qualcuno ci capisce, altri ci guardano con invidia, alcuni vorrebbero vederci sotto la pioggia, fermi, ad occupare inutilmente il posto di un’auto. Proseguiamo prudentemente e dietro di noi altre moto, dieci chilometri, poi venti e ancora trenta, ma la coda è ancora compatta e ferma. Che cosa sarà successo? Forse un incidente, oppure questo temporale ha bloccato la strada, ma poi ecco la causa di questi cinquanta chilometri di coda, nei pressi di Ravenna hanno deciso di rifare un chilometro d’asfalto e lo fanno senza pietà per chi, l’ultimo giorno d’agosto, rientra dalle vacanze sotto questo incessante diluvio. La moto adesso fila via e le tute antipioggia fanno il loro dovere, in tre ore arriveremo a casa. Proveniamo da un’Italia densamente abitata, vivace e variopinta, attraversato il Tagliamento il Friuli ci appare come una terra di mezzo con le sue strade di campagna deserte e immerse nel verde e i suoi fossi dall’ acqua trasparente abitati da anatre selvatiche. I cartelli stradali indicano la direzione per paesi dai nomi inusuali: “Ariis, Sterp, Sant Andrat,” ed ecco la nostra destinazione: “Talmassons”. Non piove più, ma le nuvole sono più nere di prima, minacciose e basse e tutt’intorno i bagliori dei lampi promettono pioggia, la temperatura è scesa a dodici gradi, poi tra una nuvola e l’altra compare un raggio di sole che fa brillare il ghiacciaio del monte Canin imbiancato da un’improvvisa nevicata. Facciamo appena in tempo ad infilare la porta di casa, che un fulmine illumina il cielo e scatena un improvviso diluvio. EPILOGO Settembre, ottobre, novembre e anche l’autunno è passato, mi sono abituato alla mascherina, al distanziamento sociale e anche alla grande recessione economica, intanto la pandemia continua a mietere vittime e il Presidente del Consiglio s’affaccia alla televisione annunciando un altro lockdown, mentre io non ho ancora imparato a vivere alla giornata. Anche se il virus ha rimesso confini e limiti al viaggiare, io non me la sento di arrendermi, e chiuso in casa traccio sulla carta geografica lunghi e avventurosi viaggi, lungo i fiordi del nord, poi verso oriente fino a Vladivostok, così la mappa si riempie di linee che uniscono sperduti villaggi, deserti e foreste.

Andrea & Rossana

Gubbio

Campo Imperatore

Locanda delle Streghe

Castel del Monte

Dalla finestra delle Streghe la Maiella