Agosto 2019 Bielorussia e Russia

I CONFINI DELL'EST Agosto 2019

Prima parte 

Questa non è una buona primavera. Sono le quattro del mattino e una fredda e sottile pioggia bagna le vetrate dell’ospedale. Seduto su una scomoda sedia osservo il volto di mia madre, che incolpevole mostra i segni del tempo passato. Il secolo del novecento ormai è storia e il nuovo millennio è proiettato verso il futuro, ma in questa stanza tutto sembra immobile ed ogni sforzo inutile. Nella penombra dei corridoi s’aprono invisibili porte verso sconosciute dimensioni, che fanno propri i lamenti e le coscienze di chi vorrebbe ancora restare. È il tempo in cui i ricordi devono essere più reali e vividi, perché questi sono le chiavi per aprire il varco verso il nulla più antico e sconosciuto. Queste estreme gesta finiscono tra cemento, legno e terra, poi, tornando a casa, come immerso in un liquido silenzio, la vita ricomincia con un vuoto da colmare. Ora non ho più vecchi da accudire e, prevedendo il tempo avanti a me, mi rendo conto che adesso il vecchio sono io. Dopo la burrasca in questa mattina di fine giugno non ho voglia di impegnarmi in tortuosi ragionamenti per interpretare norme e poi riempiere di numeri lunghe tabelle dimostrative; vorrei invece raccontare fiabe, storie meravigliose, che rinfreschino questo caldo afoso, allora apro sulla scrivania una mappa, che copra le carte di lavoro e poi, con un leggero segno di matita, seguo le strade, che portano verso i confini dell’est. Sette nazioni da attraversare, per prime l’Austria, la Repubblica Ceca e la Polonia, poi la Bielorussia e la Russia, ed in fine la Lettonia e la Lituania; più di seimila chilometri da affrontare con il sidecar.

La prima cosa da fare sono i visti per Bielorussia e Russia, non servirà attrezzare il sidecar per lunghi attraversamenti in luoghi solitari e desolati, i problemi forse arriveranno ai confini, i consolati non danno notizie sicure, per cui sarà necessario verificare sul posto. Nei primi giorni d’agosto i passaporti con i visti e i pernottamenti sono pronti, adesso sappiamo che entreremo in Bielorussia il giorno diciannove agosto e potremo restarci per sei giorni, mentre per la Russia il visto vale dal giorno ventitré agosto fino al tredici settembre. Il primo luogo d’interesse è la foresta primordiale dei bisonti europei, la Belavezhkaja Puscha in Bielorussia, il secondo sarà Minsk, la capitale, ed infine Mosca in Russia e da qui ritorneremo a casa attraverso la Lettonia e la Lituania.

Quindici agosto la partenza – Mikulov Repubblica Ceca

Alle nove del mattino da una stanza all’altra si sente gridare:

Hai chiuso tutte le porte ?”;

Dove sono i passaporti con i visti ?”.

Intanto il sidecar, con la borsa rossa sul portapacchi, attende la nuova avventura estiva. L’autostrada s’inerpica sulle Alpi verso Vienna, solo una sosta per riposare, perché la meta è lontana. Stiamo viaggiando da quattro ore, quando nei pressi di Graz il pneumatico posteriore esplode e il sidecar sbanda, riesco a malapena a mantenere la corsia di destra, mentre le auto incuranti sorpassano ad alta velocità. Fermo sulla corsia d’emergenza osservo il danno elencando una serie di improperi. Subito posizioniamo la moto sul cavalletto, poi a bordo strada trovo delle tavole di legno che aiutano ad alzare la moto, così io e Rossana, con sforzo sovraumano, le infiliamo sotto il cavalletto. Con le mani, incastrate tra lo scarico e una vite nascosta nella crociera del giunto cardanico, lotto con una coppiglia che non vuol uscire, fin quando con un gesto deciso mi ustiono le dita sfiorando lo scarico ancora bollente. Lo so, dovevo aspettare che si raffreddasse, ma bisognava fare in fretta e andarsene da quella scomoda situazione. Quindici minuti per cambiare la ruota bucata, altri cinque per ricaricare e riordinare i bagagli, qualche istante per pulirsi le mani e siamo pronti per ripartire verso Vienna. “Per niente male”, dico, quando alle cinque di sera entriamo in Repubblica Ceca. Fermo il sidecar per trovare una sistemazione per la notte nel centro di Mikulov; una cittadina della Moravia dominata da un castello del settecento, ma qui c’è una festa e non c’è posto per fermarsi a dormire, stiamo decidendo di procedere fino a Brno, quando la proprietaria dell’ albergo ci dice di provare poco più avanti, dove infatti troviamo da pernottare. Nonostante la ruota bucata, abbiamo percorso cinquecento ottanta chilometri e adesso un boccale di birra è il premio.

 

Sedici agosto – Czarny Las Polonia

Il cielo si è fatto grigio questa mattina. Ci prepariamo alla partenza per attraversare la Repubblica Ceca e percorrere più il possibile la Polonia in direzione nord. Non abbiamo ancora raggiunto Brno che comincia a diluviare, ci fermiamo al primo distributore per un pieno di benzina e per infilarci le tute antipioggia. Chiuso tra l’ involucro idrorepellente e il casco integrale, sento a malapena lo scrosciare della poggia e spero che questo non sia il preludio del nostro viaggio, minacciato da forature e pioggia a catinelle. Raggiunta Ostrava non piove, entriamo in città e cerchiamo un gommista che ci sostituisca la camera d’aria danneggiata. Dopo complicati giri nella zona industriale imbocchiamo un sentiero, che finisce in un deposito di pneumatici, dove un corpulento gommista capisce al volo quello che vogliamo, ma non ha la camera d’aria giusta per la nostra ruota, per cui ci invita a fare un giro in centro città e ci garantisce che prima di mezzogiorno la nostra gomma sarà pronta. Alle dodici dopo aver scolato un paio di birre, ritorniamo all’officina e insieme a noi arriva anche la camera d’aria, il gommista si scusa del ritardo, ma è evidente che non è colpa sua. Terminato lo scrupoloso lavoro ci chiede trecentocinquanta corone, che al cambio fanno circa tredici euro. Riprendiamo il nostro viaggio verso le due del pomeriggio e siccome il sole è rispuntato decidiamo di abbandonare l’autostrada e di proseguire lungo strade secondarie fino al confine con la Polonia. Verso le cinque di sera, nei pressi di Woźniki in Polonia, individuiamo un cartello, che consiglia un vicino Hotel, così seguiamo le indicazioni, che ci guidano attraverso strade di campagna fino a una località chiamata Czarny Las, dove, accanto al laghetto, una villa settecentesca è stata adattata ad esclusivo ed elegante hotel.

Diciasette agosto – Bialowieza Polonia

Il trasferimento verso i confini dell’est oggi prosegue in direzione Białowieża, cinquecento cinquanta chilometri, per raggiungere l’ ultima sosta prima del confine con la Bielorussia. Per noi è un ritorno nella foresta, che, nel duemilaquindici, ci aveva affascinato per le grandi querce e i suoi animali*. Sono le sette della sera quando, come quattro anni fa, parcheggiamo la moto davanti all’hotel Żubrówka e nulla sembra cambiato fin quando alla reception mi rendo conto che i prezzi sono raddoppiati e non c’è più il cameriere che apriva la porta con un inchino. La nostra camera non ha la terrazza con vista sulla foresta, ma una triste veduta sui camini fumanti delle cucine. Scendiamo le grandi scale fino al ristorante e con nostro stupore scopriamo che non ci sono più i tavolini con le candele e i camerieri con il tovagliolo sul braccio, ma un buffet compreso nel prezzo , dove un’ orda di vacanzieri si avventa accaparrandosi montagne di viveri, mentre un fisarmonicista intona canti popolari polacchi invitando i commensali a ballare tra i piatti di goulash e di paczki alla vaniglia.

Diciotto agosto – il confine con la Bielorussia

Sono le otto del mattino e stiamo aspettando le uova strapazzate e il caffè. Nell’attesa controllo i passaporti e il visto: “È tutto a posto, fra poco varcheremo il confine” e nel dirlo mi emoziono immaginando come, dall’altra parte della sbarra, il mondo cambierà. Consultiamo la carta geografica, la frontiere più vicina e quella di Peschatka in Bielorussia, ma non sono sicuro che sia un varco internazionale, per cui chiedo alla reception informazioni, ottenendo la conferma che con il nostro visto si può passare, chiedo anche se sanno che cosa ci aspetta oltre la frontiera, ma le risposte sono vaghe e contrastanti: “Fate attenzione, perché non troverete distributori di benzina, riempite il serbatoio e anche le taniche”, ci dice il portiere; subito replica l’addetta alla reception: “Cosa dici, non possono passare il confine con benzina nelle taniche”. Nessuno di loro, però, ha attraversato la frontiera, così al distributore facciamo il pieno nel serbatoio e una spruzzata di benzina nelle due taniche, in modo da poterci giustificare: “Non sapevo fosse rimasta ancora della benzina dopo l’attraversamento della Polonia” e siccome nessun doganiere mi capirà ho preparato la traduzione in lingua bielorussa sul cellulare, insieme ad altre frasi di necessità e cortesia. Mancano cinquantadue chilometri alla dogana e mentre ci avviciniamo, la strada diventa più stretta e dissestata, non c’è traffico, stiamo viaggiando da soli verso la Bielorussia. Un passaggio a livello incustodito ferma il nostro andare mentre transita un treno e la lenta sfilati dei vagoni sembra non finire. Percorriamo gli ultimi tre chilometri in una terra che sembra di nessuno, sul bordo strada dei cartelli avvisano di non avventurarsi nel bosco senza aver attraversato i controlli della dogana. Le scritte sono in cirillico e ammoniscono il passante così: “небяспека смерці” che significa pericolo di morte, ed è da crederci, perché in Bielorussia vige ancora la pena di morte.

Ci siamo!

* Viaggio nel 1943

IL CONFINE

Un cancello chiuso sbarra la strada; fermo il sidecar e scendo cercando di capire cosa devo fare e lo faccio pensando ad alta voce: “Forse c’è un campanello per avvisare, forse devo chiamare. Qui è tutto chiuso, avrò sbagliato strada?” Mentre mi guardo attorno, da un’ automobile, che sembra abbandonata, esce un uomo scalzo, in canottiera e braghette, spiegandomi a gesti che sono nel posto giusto e che devo aspettare fin quando arriverà un militare ad aprire questo portone, poi, con lo sguardo preoccupato mette insieme due parole in spagnolo: “Estan mirando” ( Loro ci osservano) e indica una telecamera nascosta tra i rami di un pino. Non c’è altro da fare che restare fermi sotto questo sole, mentre le gocce di sudore scendono lungo la fronte e le follate di vento scagliano la polvere della strada in faccia. Più tardi, con passo lento e sigaretta in bocca, arriva il custode del cancello, che fa cenno d’entrare al tizio dell’automobile, poi scruta noi e anche il sidecar e con benevolenza ci lascia entrare nel recinto dei controlli doganali. All'interno una lunga fila di camion attende l'ispezione e gli autisti hanno facce dure e rassegnate. Il primo doganiere ci ferma dietro una vecchia Mercedes targata tedesca e mi consegna un documento da compilare scritto in cirillico, poi osserva il sidecar e in particolare la targa esclamando: “Italiano Ural!”, sembra non credere a ciò che vede, m'invita a scendere dalla moto chiedendo i passaporti con il visto, poi ripete: “ Italiani! “e dalla sua espressione traspare un ironico stupore, dopo scaccia da un tavolo due persone che stavano mangiando un panino, pulisce le briciole con la manica della camicia ed estrae una penna dal taschino per aiutarmi a compilare il modulo. Finito di compilare il modulo chiede qualcosa che non capisco, così si sforza di ripeterlo, ma io allargo le braccia e ancora non capisco, allora scuote la testa e arriva l’illuminazione: “Pasport moto”, ci siamo capiti e sorridiamo. Consegno il libretto di circolazione e la patente per compilare un altro formulario, infine prende il timbro e sigla il documento dicendomi: “Turist” e fa cenno con la mano di recarmi in un ufficio.

Allo sportello consegno i moduli a un’impiegata che, parlando in inglese, mi spiega, che provvederà a compilare tutti i documenti necessari alla convalida dei visti. Nel frattempo inizia il minuzioso controllo dei bagagli e del sidecar. Sono passate più di due ore da quando siamo stati invitati a oltrepassare la sbarra e i documenti non sono ancora stati restituiti. Abbiamo risistemato i bagagli e siamo stanchi di aspettare, quando finalmente un graduato mi chiama e storpiando il mio nome mi da i documenti, un lasciapassare per il sidecar e dei permessi da consegnare in albergo. Ancora un ultimo controllo e la sbarra si alza; siamo liberi!

 

LA BIELORUSSIA

Fa caldo, siamo assetati e dobbiamo riordinare i bagagli, facciamo poco più di un chilometro lungo una strada deserta quando incontriamo un negozio di alimentari, è il posto giusto per fermarsi. Non è proprio un negozio come noi lo immaginiamo, bensì una casetta con una piccola porta che accede in una stanza, dove sulle delle scansie in ferro ci sono scatole di cibo, una cassetta di verdure, un pezzo di pane, del formaggio in pacchetti, delle bottiglie di vodka e un frigo con delle birre; a custodia di tutto ciò c’è un’anziana donna. Prendiamo due birre e chiediamo di aprire le bottiglie, ma la padrona di casa mi fa vedere che è senza denti, così capisco che quello è l’unico sistema per aprirle. Mentre usciamo arriva un’automobile modello Lada anni settanta, da cui scendono un uomo e una bambina e mostrando una cassetta d’uova danno iniziano alle trattative con la proprietaria del negozio. Mentre le parti in discussione raggiungo un accordo, la bambina si avvicina a noi e dice delle parole in Bielorusso, io gli rispondo: “Non capisco, sono Italiano”, così lei, stupita dal nostro strano linguaggio, ride e scappa dal papà e poi, aggrappata alla sua giacca, ci indica con il dito. Con mezzi di fortuna stappo le bottiglie di birra e il primo sorso scende lungo la gola come un fiume che bagna una terra arsa. Tutto ora è in ordine, abbiamo più di trecento chilometri di autonomia e dovrebbero bastarci per raggiungere nella foresta la dacia che abbiamo prenotato. Riprendiamo il viaggio e quasi incredulo esclamo: “Siamo in Bielorussia!” e subito il paesaggio cambia. La strada dritta, con lievi saliscendi, attraversa le coltivazioni di granoturco che si estendono a perdita d’occhio, interrotte, dopo molti chilometri, da un’unica grande azienda agricola dove si raccolgono, s’immagazzinano e si trasformano i prodotti di quelle immense colture. Poco lontano sorge un piccolo paese fatto di case di legno, recintate da una bassa staccionata dai colori sgargianti e sul ciglio della strada pascolano tranquilli cavalli, asini e mucche. La strada s’ inoltra nell’antica foresta e il navigatore satellitare deve condurci fino a “Agrousad’ba U Leshego”, dove abbiamo prenotato la dacia, ma questa località è sconosciuta al nostro strumento, allora impostiamo la ricerca verso l’ abitato più vicino e la scelta cade su Tushemlya. Forse ci siamo spinti troppo a nord e il navigatore c’invita a girare verso ovest, così, ritorniamo ad avvicinarci al confine con la Polonia. La strada diventa prima sterrata, poi fangosa e sabbiosa; ci stiamo inoltrando nel cuore della Belavezhkaja Puscha. Abbiamo percorso già troppi chilometri, tra buche, polvere e schizzi di fango, per continuare a seguire le indicazioni del navigatore che pare voler portarci a vistare tane di volpi, piuttosto che a una meta urbana. Dopo aver evitato tassi e cervi, che se ne fregano delle precedenze, ci troviamo di fronte a un cartello scritto in cirillico che potrebbe essere Tushemlya. Il villaggio è fatto di sole quattro case azzurre poste su un quadrivio e mentre noi non riusciamo a capire dove ci troviamo, passa un uomo, che trattenendo a fatica la sua mucca con uno spezzone di corda, si avvicina con la buona intenzione di aiutarci. Gli mostro sulla carta geografica la nostra meta e lui ,con il dito, segna una strada, poi dà inizio alla spiegazione in lingua bielorussa. Non avendo capito le istruzioni ringraziamo e decidiamo di proseguire dritti come da indicazione del nostro navigatore. Appena usciti dal paese la strada si trasforma in un sentiero invaso da erba e arbusti, guadiamo anche un piccolo corso d’acqua e, nel fitto del bosco, ci troviamo davanti a una strada resa inaccessibile da una recinzione, una sbarra e una casetta in legno da cui esce una corpulente signora in divisa militare, con tanto di mostrine e medaglie, che, nuovamente, ci spiega in Bielorusso come raggiungere la dacia e, viste le nostre facce, entra in casa ed esce con in mano un foglio dove ha scritto, in cirillico, l’elenco delle località da attraversare, nel frattempo il satellitare insiste: “ mancano tre chilometri alla vostra meta”. Solo ora, scrivendo di questo viaggio, ho capito che il navigatore aveva ragione, ma avremmo dovuto attraversare a piedi una zona d’interesse militare, che s’inoltrava nel bosco a ridosso della linea di confine. Dopo molti tentativi non abbiamo ancora capito dove andare perché c’è un evidente conflitto tra le lunghe e incomprensibili indicazioni della gente del posto e la vicinanza della meta indicata dal navigatore, così decidiamo di tornare indietro imboccando altri sterrati e sentieri, mantenendo una direzione che sembra non allontanarsi dalla nostra meta, ma continuiamo a incontrare sbarre e recinzioni, che ci distanziano sempre di più dal nostro punto d’arrivo. Alle cinque della sera stiamo ancora vagando tra boschi e paludi e ci rendiamo conto di essere ormai lontani da Agrousad’ba U Leshego”, per cui non c’è altra possibilità che abbandonare questo labirinto di viottoli e ritornare sulla strada asfaltata, che conduce alla città di Vawkavysk. Lasciato alle spalle il bosco, davanti a noi sorge una cittadina industriale, fatta di alti palazzi grigi e tutti uguali, attraversata da larghe e dritte strade, che tagliano perpendicolarmente i quartieri per poi convergere in una grande piazza sovrastata dalla statua in bronzo di Lenin. È in questa piazza che si svolge la vita dei cittadini. Nella zona verde giocano i bambini, poi c’è la palestra, il cinema e un centro ricreativo con fast food, che funziona anche da sala da ballo. Chiediamo a un passante dove pernottare e questo, senza parlare, ci fa segno di seguirlo fino a un fabbricato, che sembra ancora inutilizzato, ma, suonando il campanello arriva solerte il custode, che dopo un’elaborata compilazione di questionari, per pochi rubli ci consegna le chiavi di una stanza . Dopo esserci tolti la polvere di dosso, riprendiamo il sidecar e ritorniamo nella grande piazza per cenare al fast food. Il locale sembra di più a una palestra, che a una sala da pranzo, i tavoli sono disposti a cerchio vicino ai muri, al centro c’è un grande spazio dove dei bambini giocano a rincorrersi e all’entrata - c’è un piccolo bar, che espone la pubblicità di hamburger e Coca Cola e una lista di panini in stile Mac Donald. La ragazza al banco non parla italiano e neppure inglese, così segnando insistentemente con il dito il disegno di un panino sul tabellone, cerco di far capire, che sia io che Rossana desidereremmo un cheeseburgher e una Coca Cola, ma non c’è niente da fare, la ragazza ride e finge di cancellare con la mano le scritte sul menù, poi chiama una collega che, stentatamente in inglese, ci spiega che quel menù è li per bellezza e non ha a che fare con il loro vero menù. Seduti ad un tavolo sbirciamo che cosa hanno ordinato i frequentatori abituali ed escludendo la specialità, Pizza Italiana, scegliamo una zuppa di rape rosse che sembra vino, poi pollo e patatine. I nostri abbondanti piatti sono serviti, mentre nella sala irrompe il brano “Toxic” di Britney Spears. La nostra prima cena in Bielorussia può sembrare un po’squallida, ma io resto comunque affascinato da come questo luogo, dall’austero aspetto sovietico, si lasci sfiorare dai miti dell’occidente.

Diciannove agosto – alla ricerca della dacia.

Oggi dobbiamo assolutamente trovare la dacia nel bosco e non dovrebbe essere difficile, perché dalle indicazioni del navigatore mancano una sessantina di chilometri. Riprendiamo il nostro viaggio e dopo una ventina di chilometri ci ritroviamo sulla strada sterrata nel fitto del bosco, il nome del primo paese che incontriamo è scritto in cirillico: “Девятки” e la strada finisce qui, dove dei turisti russi stanno acquistando delle mele. La signora più anziana del gruppo si rende disponibile ad aiutarci, così con il foglio della prenotazione telefona al proprietario della dacia, dandoci la spiegazione in fluente lingua russa. Credo di aver capito che dobbiamo tornare sulla strada asfaltata e procedere dritti per una ventina di chilometri, poi girare a sinistra in una strada di campagna e, anche se il navigatore ci consiglia di tornare indietro, proseguiamo seguendo l’indicazione dataci dai Russi, sperando che il nostro strumento elettronico si ravveda conducendoci alla meta. Percorsi circa venti chilometri cerchiamo di capire in quale strada dobbiamo girare, ma le indicazioni non corrispondono alla carta geografica e il navigatore non sa più dove andare, così imbocchiamo uno sterrato che sembra rientrare nel bosco verso sud. Percorriamo un tragitto disseminato di pozze fangose e zone sabbiose dove le ruote del sidecar affondano, alla fine ci troviamo tra quattro case sperdute nel bosco, dove però c’è un negozio di alimentari e noi, sconsolati di esserci nuovamente persi, facciamo una sosta. Mentre seduto su una pietra sto scolando una birra, si avvicina un signore, che si arrangia con l’inglese e mi sembra un miracolo. Gli spiego dove vorremmo andare e, dopo alcune spiegazioni, mi rendo conto che anche lui non riesce a trovare la nostra destinazione, scuote la testa e mi restituisce la carta geografica, poi fa un cenno che non capisco se significa: “Mi dispiace, vi saluto” oppure: Aspetta che mi informo”. Adesso sono davvero demoralizzato e comincio a valutare la possibilità di abbondonare la nostra meta per dirigerci verso Minsk, ma proprio in quel momento quel gentile signore esce dal negozio e salendo in auto ci invita a seguirlo. Appena usciti dal paese riprendiamo la strada asfaltata e ho l’impressione di andare nella direzione opposta a quella della nostra meta. Infatti, dopo aver percorso una quarantina di chilometri, il navigatore indica che ci siamo allontanati dalla nostra destinazione di settanta chilometri, allora comincio a preoccuparmi pensando: “Avrà capito dove dobbiamo andare? Non avrà invece intenzione di portarci in qualche altro luogo dove lo aspettano i suoi compari per rapinarci? Nessuno farebbe tutti questi chilometri per fare un favore a degli sconosciuti, forse è meglio deviare e abbandonarlo, o almeno nascondere soldi e documenti”; poi, a rincuorarmi, arriva la notizia da parte di Rossana: “Il navigatore dice che siamo sulla strada giusta e mancano trenta chilometri alla destinazione.” La strada ora si stringe e s’inoltra in un bosco umido, dove i raggi del sole faticano a filtrare tra le fitte chiome delle altissime querce. Ancora pochi chilometri e, in fondo alla strada, dietro a una palizzata di legno, troviamo la nostra dacia circondata da un giardino fiorito.

LA DACIA NEL BOSCO – Belavezhkaja Puscha –

La nostra guida scende dall’auto e il padrone di casa apre un portone di legno massiccio, i due scambiano alcune parole poi si stringono la mano; io guardo incredulo quello sconosciuto, che ha percorso più di settanta chilometri per accompagnarci e non vuole nulla in cambio e un po’mi vergogno di aver pensato male. Non facciamo in tempo a scaricare i bagagli, che il proprietario della dacia comincia ad assillarci con la documentazione da compilare. Sia Rossana, che io abbiamo sete e una gran voglia di indossare pantaloni corti e maglietta, ma, a quanto pare, la burocrazia ha il sopravento, così in tenuta da moto cominciamo a compilare moduli di transito e di stazionamento, allegando copie dei documenti rilasciatici in frontiera. Finalmente abbiamo finito e possiamo scolarci una bottiglia d’acqua a testa e in abiti leggeri passeggiare per il fioritissimo giardino di questa casetta in legno, scoprendo anche l’esistenza di una sauna. Seduti all’ombra di un pruno chiacchieriamo con il proprietario che sa parlare in spagnolo e beviamo birra spiluccando del pesce essiccato, che Vladimir, così si chiama il padrone della dacia, spiega di aver pescato nel suo stagno. Durante la cena a base di uova, cavolo nero e vodka, chiacchieriamo con Vladimir, che ci racconta di essere sposato e di avere una figlia, ma che la sua famiglia vive a Hrodna, una cittadina a circa centotrenta chilometri da Agrousad'ba, a lui, però, non va di vivere in città e, siccome soffre di un grave scompenso cardiaco, si sente più tranquillo nel mezzo della foresta, la moglie, poi, lo raggiunge ogni weekend e Vladimir le prepara la sauna bollente e il tè alle erbe disintossicanti. Racconta anche di quell’’inverno e della neve, che coprì la dacia fino al tetto e dei bisonti che si avvicinavano alla casa cercando il fieno. Nell’avvicendarsi delle chiacchiere gli chiedo se è al corrente dell’incidente nucleare accaduto l’otto agosto in Russia nella provincia di Arkhanglesk sul Mar Bianco nella città di Severodvinsk, ma non ne sa nulla e neppure giornali e televisione ne hanno parlato, poi mi chiede se con il mio telefono cellulare posso collegarmi ad internet per avere notizie sui fatti. Prima d’andare a letto faccio sosta in gabinetto e devo ben ricordare, che la carta igienica non si può buttare nella tazza a pena di una lunga e fetida operazione di disintasamento manuale del cesso. Dormiamo in una piccola stanza con un grande letto, infilati sotto il piumone, mentre fuori si sente scrosciare la pioggia.

Venti agosto – alla scoperta della foresta

La mattina ci sveglia un raggio di sole, che s’infila tra la tenda e il cuscino. Sono le sette del mattino e sentiamo Vladimir che armeggia in cucina per prepararci la colazione. “Dobraj Ranicy”, e noi rispondiamo buongiorno anche a te. Sul tavolo ci sono uova, verdura e una pietanza che assomiglia ai nostri: “cjarsons” fatti con una pasta di farina e patate, poi riempiti di erbe, verdure e altri contrastanti aromi dolci. Con le scarpe da trekking già indossate, prepariamo gli zaini e ci mettiamo dentro anche panini e birra, quando è tutto pronto Vladimir ci accompagna in auto fino all’entrata della foresta, ma qui il cancello non si apre e, come in un storia già vissuta, dalla guardiola esce la soldatessa in tenuta verde, con mostrine e medaglie che con fare autoritario ci impedisce l’ingresso; ma il nostro ospite non si arrende e a quanto pare conosce persone influenti, perché fa una telefonata e passa il cellulare alla guardiana, la quale senza proferire parola si precipita ad aprire il cancello, . Ci rendiamo conto di aver ottenuto un grande privilegio, perché questa zona è interdetta alle visite turistiche. Siamo pronti, zaino in spalla, mentre Vladimir ci saluta e raccomanda di tenere sempre pronti i documenti e la carta di pernottamento presso la sua dacia, tornerà a prenderci verso sera. Il portone si chiude alle nostre spalle, ora siamo soli nella foresta, unici turisti in visita. Dobbiamo procedere per sei chilometri lungo questa strada che risulta essere proprio quella che ci fu vietata due giorni fa mentre vagavamo con il sidecar. Le indicazioni che Vladimir ci ha lasciato scritte su un foglio spiegano che, dopo la scarpinata di sei chilometri, troveremo un cartello per l’entrata nella zona della riserva ecologica del bisonte europeo. Proseguendo verso la nostra meta capiamo che le recinzioni e i posti di guardia, più che proteggere l’integrità della foresta, servono a presidiare la carreggiata, che seguendo il confine con la Polonia è l’ultimo baluardo difensivo verso l’occidente capitalista. Abbiamo i piedi bollenti e le gambe stanche, quando finalmente troviamo il cartello con il disegno del bisonte e da qui, abbandoniamo la strada maestra per inoltrarci nel fitto del bosco. Continuiamo il nostro cammino su un letto di foglie e fango fino a una capanna fatta di vimini intrecciato, da dove si può osservare senza essere visti. Sappiamo che in questa foresta oltre al bisonte vivono lupi, orsi, linci, cervi e un’innumerevole quantità di anatre e oche, ma non è facile incontrarli perché la foresta si estende su sette milioni di ettari, bagnati da diecimila laghi. Nulla si muove nel bosco, allora procediamo lungo un sentiero che ci conduce fino ad una antica quercia dal tronco cavo tanto grande da poterci entrare, poi sentiamo picchiettare e individuiamo, aggrappato alla corteccia di un pino rosso, un grande picchio nero e poco più su un altro più piccolo picchio rosso. Guardando bene tra i tronchi putrescenti scorgo uno scarabeo eremita e una rosalia alpina, ma del bisonte ancora non c’è traccia. Non so quanto abbiamo camminato prima di ritornare al capanno di osservazione, ma di certo il tempo è volato e dobbiamo tornare sulla strada principale dove ci aspetta un’altra sgambata di sei chilometri prima di arrivare all’entrata della foresta. Al cancello è cambiata la guardia, ma si tratta sempre di una donna in divisa verde e mostrine, che vedendoci arrivare telefona a Vladimir per venirci a prendere. Nell’attesa ci sediamo su una panca, mi tolgo le scarpe e con le gambe distese e i piedi al vento mi sento rinascere, poi osservando il pascolo al limite del bosco di betulle vedo in lontananza una macchia scura, prendo la macchina fotografica con il teleobiettivo sperando di aver individuato un bisonte, ma invece è un cervo che lentamente pascola.

Vladimir arriva e in pochi minuti ritorniamo alla dacia dove ci aspetta una sorpresa, la sauna è accesa. Il tempo di spogliarmi, avvolgermi in un lenzuolo bianco, indossare uno cappello di lana cotta a forma di cono, che sembra quello di Pinocchio, e mi trovo dentro questo forno a legna, con in mano un fascio di rami di betulla per fustigarmi, mentre sudo e arrostisco. Un quarto d’ora di calore e scudisciate, poi esco a sorseggiare un infuso d’erbe disintossicanti e questo rito va ripetuto almeno tre volte, fin quando la pelle è arrossata e non se ne può più, allora è necessaria una doccia gelida tanto da provare la sensazione di aver infilati mille aghi nella pelle. La sauna mi ha fatto bene, non sento più la stanchezza, le gambe non sono più pesanti e i piedi potrebbero ricominciare a camminare, ma dopo cena sprofondo nel letto sognando il grande bisonte, che mi osserva da vicino.

seconda parte Minsk

CONFINI DELL’ EST

21 Agosto 2019

Seconda parte

MINSK

È la mattina dei saluti e il pesante portone di legno si riapre. Il nostro viaggio ricomincia, abbandoniamo boschi e campagne ancora avvolti nell’umida mattina, per raggiungere la capitale della Bielorussia. Oggi sarà più facile trovare la strada principale che, per trecentoventi chilometri, ci porterà a Minsk. La prima sosta arriva ad ora di pranzo a Baranavichy, per rifocillarci in un bar ristorante con una bistecca e verdura, poi pieno di benzina e qualche foto al treno a vapore sovietico. Avvicinando a Minsk la vita cambia, da prima una triste periferia fatta di piccole e povere case, poi iniziano i palazzi popolari e verso il centro i grandi grattaceli. Negli anni sessanta, quando il pensiero marxista-leninista sembrava la cura perfetta per una società capitalista malata di divari sociali e forti tensioni popolari, m’immaginavo l’Unione Sovietica come un luogo impenetrabile, difeso da barricate ideologiche, dove il popolo viveva senza competizione economica e ogni “Compagno” non doveva preoccuparsi del futuro, perché il partito avrebbe pensato a lui e alla sua famiglia, senza ostentazioni, rendendo ogni individuo economicamente uguale agli altri, mentre la diversità riguardava la personalità, l’intelletto e non il potere d’acquisto. In definitiva, un mondo ordinato, pulito, onesto e basato su valori diversi dal consumismo. Oggi il divario tra le campagne, le periferie e la città è fin troppo visibile, le piccole case fatte di legno colorato, con il tetto in eternit e la mucca legata al bordo della strada, sono l’immagine di una parte di popolazione che vive come cent’anni fa, senza contatti con il nuovo mondo globalizzato, mentre la città, fatta di grattaceli e auto lussuose ferme nell’ingorgo del traffico del centro, assomiglia alle grandi metropoli mondiali. Con mio grande stupore, non ho ancora incontrato un vero sovietico sidecar URAL, bensì americanissime Harley Davidson e velocissime Ducati Diavel, guidate da “Rider” alla moda impegnati in esibizioni di ricchezza e benessere sociale. Mentre percorriamo il grande viale a sei corsie che porta in centro di Minsk, le auto sfrecciano superandoci in una danza di cambi di corsia, trasformando il traffico in un gioco di abilità all’ombra dei palazzi alti quaranta piani.

Minsk è sempre stata al centro di lotte etniche, politiche e religiose, che hanno distrutto la sua storia e oggi è rinata moderna, senza tracce del passato. Abbandoniamo la strada principale che attraversa la città, per dirigerci verso l’hotel Buta, ma un groviglio di sensi unici ci costringe a fermarci nel parcheggio della chiesa rossa dedicata ai santi Simone ed Elena. Scopriremo poi che questa chiesa è stata eretta nel primo Novecento con il finanziamento di Edward Woynillowicz, un potente uomo politico, che volle dedicare la chiesa ai suoi due figli Helena e Szymon morti in giovane età. L’Hotel è dietro la chiesa e raggiungerlo a piedi è facile, ma con il sidecar ricominciamo a perderci nel labirinto dei sensi unici senza raggiungere la meta, finché, cambiando itinerario, ci troviamo proprio davanti. Nella hall uno splendore di lampadari di cristallo ci abbaglia e, ad accoglierci, delle sorridenti ragazze che parlano anche in Italiano. Di fronte all’ingresso del sontuoso ristorante, una porta con i vetri opachi si apre verso le stanze del casinò. Sul divanetto con le spalliere dorate, un uomo in abito elegante, ma ormai sciupato, tiene la testa tra le mani mentre una giovane ragazza prova a consolarlo. Ha giocato senza smettere perdendo tutto ciò che aveva, ma un debole sorriso nasce sul suo volto quando le ultime tre fiches, che rigira nervosamente tra le mani, cadendo a terra, mostrano il loro valore in rubli in ordine crescente, è un segno, forse la fortuna adesso è dalla sua parte e non è ancora tutto perso. L’ascensore sale all’ultimo piano, sfiorando uno ad uno i lampadari in cristallo di Boemia, fino alla stanza quattrocento dodici, la nostra. La stanza non tradisce lo stile dell’hotel e dall’alto il panorama si amplia su tutta la città, mentre il nostro sidecar parcheggiato laggiù, davanti all’ingresso, sembra un piccolo e lucido insetto nero circondato da curiosi. Davanti all’Hotel, oltre il semaforo, inizia una zona pedonale dove la passeggiata è una sfilata di giovani ragazze e ragazzi vestiti alla moda, dall’aspetto felice di chi vive ogni notte una festa. Lungo la strada ristoranti e bar in cui sedersi per guardare ed essere guardati e sul tavolo un bicchiere di vino da raffinato intenditore. Le umide notti della foresta e le strade solitarie tra i campi di grano sono ormai lontane, la città è vestita a nuovo, mentre le risate e lo scalpiccio dei tacchi a spillo avvolge il passante nella frenesia di una vita nuova, piena di desideri e progetti; lungo questa strada sembra che del comunismo non sia rimasto nulla.

22 agosto 2019

Il giorno seguente, camminando verso l’isola delle lacrime, lungo il viale Vulika Niamiha incontriamo un gran traffico di gente e automobili e, nonostante ci vivano due milioni di persone, per terra non c’è neppure un mozzicone di sigaretta o una carta sfuggita a un passante, è tutto perfettamente pulito e altrettanto linde sono le facciate dei palazzi. Attraversando il ponte sul fiume Svislač, vediamo una città moderna e suggestiva, fatta di grattacieli e parchi; poi, nella città vecchia tra le case tirate a nuovo e risalenti a non prima del: degli anni Cinquanta, troviamo una biblioteca dove si vendono vecchi libri e gadget. Curiosando tra volumi impolverati, Rossana trova un libro di cucina stampato in cirillico, con dedica e annotazioni scritte chissà da chi. Proseguiamo il nostro cammino fin dove, l’isola delle lacrime racconta dieci anni di guerra in Afghanistan dal 1979 al 1989. Il quindici febbraio di ogni anno i veterani della guerra s’incontrano su quest’isola per commemorare la ritirata delle truppe sovietiche dall’Afghanistan e, con la fine della guerra, il ritorno a casa dei soldati bielorussi. Una scritta apposta su un masso all’ingresso dell’isola ricorda che furono le madri dei caduti a erigere questo monumento, perché il male non potesse più dominare la loro terra, né qualunque altra terra. Al centro dell’isola c’è un tempietto dalla forma slanciata, contornato da statue forgiate in bronzo, alla maniera del realismo socialista, raffiguranti le madri afflitte, poco più avanti un angelo in pietra piange e le lacrime, come una fontana, riempiono il lavatoio. Oltre il fiume sorgono grattacieli di vetro, bianchi palazzi dalle linee squadrate e maxi schermi pubblicitari che colorano la città di lampi di luce. Vagando senza una meta ci troviamo di fronte ad un palazzo di un debole colore giallo, è la sede dei servizi segreti del KGB, la nostra camminata prosegue per raggiungere la Piazza Lenin seguendo il viale Vulica lienina. Oltre che perfettamente pulito e imbiancato a nuovo, tutto è immensamente grande, i viali del centro a sei corsie sembrano non aver fine, i palazzi di stile sovietico fanno a gara per chi è più alto e imponente, poi arriviamo nella Piazza Lenin, che è davvero enorme. La prima cosa che incontriamo è una fontana dal colore azzurrino sovrastata dalla scultura in bronzo di due cicogne mentre spiccano il volo. Superata la fontana, la piazza diventa ancora più grande e al centro si erge la statua in bronzo di Lenin, contornata da alti palazzi bianchi dalla forma squadrata; linee rette ed essenziali che si stagliano sul cielo azzurro.

Il conta passi di Rossana dice che abbiamo camminato per più di dieci chilometri, così decidiamo di avviarci verso l’albergo. Raggiunta la chiesa rossa ci fermiamo a riposare tra la statua e la Campana di Nagasaki, posta in memoria delle vittime dei bombardamenti atomici dell’ultima guerra mondiale. Seduto sotto la campana, mentre aspetto che i miei piedi, prigionieri di questi vecchi sandali, si riprendano dalla scarpinata, cerco di ricordare dove in Italia ci siano monumenti in ricordo della strage nucleare avvenuta in Giappone nei giorni sei e nove agosto del1945, ma non mi torna in mente neppure una lapide in memoria degli oltre duecentomila morti, solo un breve paragrafo scritto sul libro scolastico di storia che chiudeva il capitolo sulla seconda guerra mondiale. Che cosa passò per la mente di Claude Robert Eatherly, pilota del bombardiere Americano B-29 l’attimo prima di sganciare la bomba? Vide sparire Hiroshima dentro una nube radioattiva e mai più riuscì a cancellare quell’orrore insopportabile dai suoi occhi. Si è fatta sera ed è ora di cercare quel ristorante tipico che ci ha consigliato il portiere dell’hotel. Riprendiamo a camminare lungo il viale Karl Marx, dopo una mezz’ora passiamo davanti allo stadio e abbiamo l’impressione di esserci persi. Dopo varie indicazioni e scorciatoie, quando ormai non capiamo neppure dove siamo, incontriamo il nostro salvatore, un’elegante signore in abito blu che parla fluentemente in inglese, non conosce il ristorante, ma, cellulare alla mano, riesce a fornirci precise indicazioni, poi ci sente parlare e si rivolge a noi in perfetto italiano precisando alcune informazioni riguardanti la strada più corta da seguire. Resto stupito e affascinato dai suoi modi gentili e da come parli diverse lingue senza inflessioni, tanto da non capire la sua nazionalità; allora chiedo se è italiano, mi risponde di essere bielorusso nato a Minsk, ma di aver lavorato per alcuni anni in Vaticano e poi all’ambasciata di Londra. Ci salutiamo e mentre se ne va con passo spedito e la borsa in pelle ben stretta in mano, io e Rossana ci diciamo: “Questo è un pezzo grosso, sarà un ambasciatore, o forse (dei) servizi segreti”. In fondo alla strada c’è il ristorante, ci sediamo all’aperto e ordiniamo subito un boccale di birra alla spina Krynica, prodotta dall’azienda di stato e considerata una bevanda democratica, perché adatta a tutti gli strati sociali, poi arrivano due piatti colmi di draniki, delle frittelle di patate e cipolle, con aggiunta di farina, uova, aglio, carote, funghi e pancetta, poi serviti con panna acida e, per finire, due bicchieri di vodka Belaya Rus. Si è fatto buio e le nostre gambe sono stanche di camminare, così chiamiamo un taxi per ritornare in albergo, dobbiamo riposare perché domani il nostro viaggio proseguirà verso il confine della Russia.

 

La chiesa rossa

La campana di Nagasaki

L'isola delle Lacrime

Palazzi popolari sul fiume Svislac

Fontana

Piazza Lenin

Piazza Lenin

Piazza Lenin

Lenin