La fidanzata e l’automobile

 

Il 1972 era l’anno in cui Mario Capanna teneva  i comizi a Milano ed anche il periodo in cui la lotta di classe si faceva più violenta, l’estrema destra,  l’estrema sinistra e le forze dell’ordine piangevano i loro morti e dalle nostre parti si parlava della strage di Peteano dove cinque carabinieri avevano perso la vita. Era l’inizio degli anni di piombo  e giungevano voci che  qualcuno di quelli che stavano con noi  sul muretto  cantando: “Mettete dei fiori nei vostri cannoni”  ora facevano parte della lotta armata.

 

Rossana era forse troppo giovane, ma ben determinata nelle sue intenzioni. Blue jeans stretti, maglione colorato e cappello nero a larghe falde, arrivava a scuola con il  “Califfo” verde carico di libri. Gli occhi neri brillavano come il suo sorriso, lo sguardo svelava i desideri e contemporaneamente un orgoglioso entusiasmo, mentre i capelli, biondo castani,  si ribellavano a qualsiasi imposizione, lottando per la libertà di sistemazione.

Davanti al bancone del bar io le rubavo il capello nero e lei con un’abile mossa si impossessava dei miei Ray Ban.

Ora avevo la fidanzata fissa, una FIAT 127 blu e frequentavo il primo anno di economia e commercio.

Le chiavi dell’auto stavano attaccate al  regalo che Rossana mi aveva fatto, due piccoli piedi in acciaio con sopra scritto: “ Ovunque ti seguirò” , un pegno d’amore che dava certezza nel futuro, ma visto con altri occhi poteva anche assumere il significato di una velata minaccia. 

 Il sei maggio del 1976 alle nove di sera, mentre gustavo una cena a base di asparagi,  la casa ha tremato tanto da farmi uscire con forchetta e coltello in mano e gli occhi che non potevano credere a ciò che vedevano, i cavi della corrente elettrica si tendevano come corde di un arco per poi liberare l’energia  tra mille scintille, le case venivano squassate lanciando tegole e calcinaci, gli alberi si scuotevano come mossi da una tempesta e gli uccelli volavano stridendo nel buio, un minuto con il fiato sospeso nella speranza che non ci crollasse tutto addosso, poi il silenzio. La mia città era rimasta in piedi,  nessuno ancora sapeva che poco più a nord il Friuli era crollato e le case, sicuro rifugio delle famiglie, erano diventate macerie che nascondevano mille morti.

Dovevo andare a vedere cos’era successo alla mia ragazza. Cercavo strade libere dai calcinaci per raggiungere il centro della città, mentre la gente in pigiama e a piedi scalzi, guardava verso la propria abitazione ascoltando  la radio che continuava a ripetere di non entrare nelle case.  Quando Rossana mi ha  visto senza parlare è entrata nella nostra  FIAT 127 come in un rifugio, poi insieme alle rispettive famiglie abbiamo deciso di andare in campagna a montare le tende; quale migliore occasione per svelare che ci saremmo sposati  nel mese di  giugno? La situazione era talmente  irreale che la nostra decisione, invece di preoccupare, infuse nei nostri genitori  un senso di continuità alla vita e fu accolta con comprensione.

 

Mamma e papà

Il 14 novembre del 1976, infilata dentro un sacco di lana colorato, abbiamo portato a casa Francesca nata la mattina di San Martino durante un temporale. Aveva le mani e i piedi piccoli e dopo poche ore aveva aperto dei grandi occhi grigio – verdi e rideva sodisfatta di esistere.

Superato il  periodo da senza tetto, la mia esistenza di marito, padre e studente lavoratore precario si svolgeva  in un vecchio appartamento vicino alla stazione ferroviaria.  Non potevamo desiderare  di meglio, eravamo insieme e allo stesso tempo liberi anche di sbagliare.

Le mie passioni non si limitavano alla moto, che ancora non avevo, ma andavo in montagna e addestravo il mio pastore tedesco Hansel  che con noi divideva l’appartamento devastandolo in combutta con Francesca.  Rossana s’era impegnata a seguirmi e lo faceva con piacere, anche se, qualche volta, avrebbe voluto rinunciare a certe imprese che sembravano azzardate.

 

Le moto

Durante la pausa pranzo del nuovo lavoro di cassiere precario in una banca del centro cittadino, invece di  fermarmi a mangiare il solito toast, rimasi a guardare una Ducati Scrambler 450cc, nera e cromata, con attaccato il cartello vendo.  La moto era parcheggiata di fronte ad uno degli atelier di Cesare Ragazzi,  il mitico parrucchiere  che si presentava con il tormentone:“Salve….sono Cesare Ragazzi” . Dal negozio uscì un garzone con una capigliatura a fitti ricci neri e con stampato in viso il sorriso di chi vuole vendere. La sua pretesa era di centocinquantamila  lire,  uno stipendio di allora , ma considerati gli innumerevoli difetti della moto ci accordammo per cinquantamila lire e spese a carico del venditore.

Avevo la mia prima moto.

L’accensione era piuttosto laboriosa, alle volte scalciavo per venti minuti prima di sentire il rombo del monocilindrico, poi fatta l’abitudine all’alza valvole e al pericoloso rinculo della pedivella i tempi d’accensione si sono ridotti a pochi istanti. 

La domenica alle sei di mattina  con lo zaino sulle spalle, occhiali da sci e cuffia di lana (allora non c’era l’obbligo del casco), salivo sulla Ducati e mi avviavo verso i sentieri di montagna, per poi lasciare la moto e proseguire a piedi fino alla cima.

Mentre stringevo tra le mani il manubrio e l’aria umida del mattino s’infrangeva sulla mia faccia, provavo la stessa sensazione di quando da bambino avrei voluto raggiungere le rondini.

Il lavoro fisso aveva dato maggior sicurezza economica alla nostra giovane famiglia e io tra bilanci, codici  e norme fiscali imparavo il lavoro per cui avevo studiato, rifiutando però di assumere l’aspetto di un rigido contabile , anche se la partita doppia non lasciava molto spazio alla fantasia.

Ricordo bene giovedì 16 marzo del 1978, perché in quel giorno Aldo Moro veniva rapito dalle Brigate Rosse e  il postino mi consegnava una lettera raccomandata dove c’era scritto che avevo vinto la causa con la banca ed  ero stato assunto a tempo indeterminato  con il diritto a due anni di stipendi arretrati.  Avevo però  già un altro  impiego fisso, che non volevo abbandonare e poi non volevo fare una vita da bancario ed  ero anche sicuro, che per vendetta, i grandi capi  mi avrebbero mandato a lavorare in qualche sportello bancario di confine per tutta la vita, per cui  recatomi all’ufficio del personale, mi sono licenziato e  ho incassato gli stipendi arretrati e l’indennità di liquidazione.  Avevamo un bel gruzzoletto ed avremmo potuto acquistare lenzuola e padelle e poi sistemare gli arredi, ma di fronte al concessionario Guzzi non abbiamo avuto dubbi, il Ducati aveva segnato il suo tempo e  ci serviva una moto per due. 

La 850T stava in vetrina  nera, lucida, con i suoi prepotenti cilindri in mostra;   salito in sella  ho afferrato le morbide manopole e stretto le ginocchia sui suoi fianchi ammirando l’abbondante rotondità del serbatoio e la snellezza del posteriore, con lei non dovevo scalciare per metterla in moto, un leggero tocco del pollice su un delicato bottone rosso e dallo scarico, fatto di lucido acciaio, il motore faceva sentire la sua voce profonda e calma mescolata al ticchettio delle aste e dei bilancieri, poi un giro d’acceleratore e, come un predatore pronto allo scatto, la bestia si scuoteva mentre  il venditore preoccupato  della  sgroppata cercava di giustificarla: “No, No non si preoccupi è il cardano, lo fa solo da ferma, vedrà che in corsa la troverà dolce e ben equilibrata, non è una ribelle”.  Ingranata la marcia c’è stata subito intesa, anche il clok del cambio mi sembrava bello, i freni erano pastosi  e gli ammortizzatori seguivano le traiettorie senza scosse, la sentivo allegra, leggera e potente, ormai era mia. Il contachilometri segnava meno di duemila chilometri, con l’altro proprietario aveva fatto solo qualche innocente giretto , nulla d’importante , e sapeva ancora di nuovo.  Rossana  seguiva le pieghe in curva  senza esitazioni  e in accelerazione si aggrappava saldamente, il suo esame per l’ incarico di  zavorrina era superato e il posto garantito.  Francesca seduta tra me e il serbatoio ha bisbigliato sorridendo: “bevo aria”.

 

Le moto e i viaggi

La notizia che avevamo comprato la moto era giunta fino a degli amici di Milano che ci avevano invitato a fare un  viaggio in compagnia, così, martedì 9 maggio del 1978, cominciavamo a progettare l’avventura mentre la televisione trasmetteva il ritrovamento del corpo di Aldo Moro in una Renault 4 rossa ucciso dalle BR.

L’itinerario prevedeva la partenza da Milano attraversando i confini della Francia, per arrivare in Spagna, poi in Portogallo, quindi  scendere fino a Gibilterra da dove, con il traghetto, avremmo raggiunto l’Africa e attraversato il Marocco verso  Marrakech  e dopo aver superato l’Alto Atlante saremmo entrati  nel Sahara occidentale verso Mauritania e Algeria.

In Italia gli anni di piombo facevano paura, ma non quanto l’idea di raggiungere la Mauritania proprio ad agosto del ‘78 durante un colpo di stato e mentre il Marocco occupava il territorio del Sahara Occidentale.

Superato ogni timore abbiamo tracciato il nostro road book, attrezzato le moto e diviso tra i partecipanti gli attrezzi e i ricambi in caso di guasti.

Oltre alla mia Guzzi 850 T, c’erano altre tre nuovissime  moto, una BMW R 100 RS, un Guzzi SP 1000 e una Suzuki 750

La mia Guzzi  era attrezzata  con un vecchio portapacchi,  di un terribile color oro, sul quale avevo legato due valigie di cuoio da  postino,  poi  una borsa da serbatoio  comoda e nuova  in cui conservavo i documenti , una tuta antipioggia gialla e alcune cose di immediata utilità,  il resto  consisteva in un paio di  magliette,  jeans e stivaletti da moto e una giacca a vento che indossavo.  A guardarci, io e Rossana, non sembravamo attrezzati per un viaggio di quasi quindicimila chilometri, ma l’entusiasmo era tanto ed eravamo sicuri che la nostra nuova Guzzi poteva arrivare in capo al mondo.

La mattina del 3 agosto per prima cosa bisognava portare Francesca al mare dalla nonna e spiegarle che mamma e papà partivano in moto per il Marocco e al loro ritorno le avrebbero portato un Cicciobello negro, lei ci guardava imbronciata e forse pensava che un Cicciobello negro non valeva un viaggio così lungo.

La moto era pronta, non restava che imboccare l’autostrada  A4 e raggiungere il gruppo a Milano; la mattina successiva per noi iniziava il viaggio verso l’ignoto.

L’attraversamento della Francia prevedeva una sola una sosta per la benzina e quindi una tappa ad Andorra la Vella. Per giorni seguivamo il gruppo guardando il mondo che sfilava intorno a noi e, lungo la strada, villaggi e terre bruciate dal sole si alternavano alle grandi sagome dei tori di Osborne.

In Portogallo si poteva sentire l’odore dell’Oceano già dall’entroterra, mentre viaggiavamo all’ombra  degli alberi del sughero. 

Ogni sera sistemavo la moto, scaricavo i bagagli e cercavo di ricordare ogni strada e luogo, come volessi imprimere nella mente ogni immagine e nulla andasse perso,  perché la mia piccola macchina fotografica non poteva salvare le emozioni .

Gibilterra, solo  cinquanta minuti di navigazione tra Algeciras (Spagna) e l’Africa, poi tutto era cambiato. Lungo la strada per Marrakech il caldo appiccicoso si mescolava con la polvere attaccandosi alla pelle, gli odori delle spezie si mescolavano al pungente odore delle immondizie, suoni , rumori e voci s’intrecciavano confondendo la mia attenzione, ero sbalordito.

Seduto con le gambe incrociate al bordo strada mangiavo un melone bianco che sapeva d’Africa e mentre i dromedari aspettavano con pazienza, davanti a me sfilava un mondo disordinato, rumoroso, colorato e affascinante che, solo a guardarlo, cancellava ogni certezza.

Qualcosa non andava bene e non erano le moto o i luoghi. Le soste diventavano sempre più lunghe e la voglia di avventura sembrava consumarsi nelle stanze degli alberghi, la tensione nel gruppo aumentava.

Rossana ed io, affascinati dal Sahara, ci spingevamo  lungo piste sconosciute, per immergerci in quel mare di sabbia alla ricerca di novità e per vivere in solitudine esperienze e momenti da non dimenticare.

Molti chilometri dopo, ancora in Marocco, ma ormai sulla strada del ritorno, una mattina la Suzuki e il suo centauro non c’erano più, erano partiti per tornare in Italia lasciando alle nostre cure la compagna di viaggio.

Come poteva essere successa una cosa del genere?  Io e Rossana non avevamo capito nulla, il viaggio era il nostro solo scopo, mentre nel gruppo altre emozioni avevano preso il sopravvento. In quel momento abbiamo capito che quelle soste sempre più lunghe e la tensione nervosa che si diffondeva nel gruppo, non era dovuta a stanchezza, bensì ne erano la causa gelosie e tradimenti, perché nelle camere d’albergo e nelle oasi si consumavano amori clandestini.

Con le promesse d’amore era stato tradito anche lo scopo del viaggio, gli avventurosi  motociclisti del deserto si erano trasformati nei protagonisti di una telenovela  ed ora viaggiavamo verso casa in tre su una moto.

Tra passaggi con l’autostop e qualche tratto in motocicletta siamo giunti a Barcellona; era finita, dovevamo tornare a casa, gli altri si fermavano ancora un po’ per organizzare alla “zavorrina” appiedata il rientro con mezzi pubblici e di fortuna. Così io e Rossana siamo partiti la mattina presto, alcuni frettolosi saluti e poi milletrecento chilometri con poche soste e un tubetto di latte condensato per pranzo e cena.

 Mentre l’autostrada scorreva sotto le ruote della 850T e la pioggia lavava la sabbia del deserto, le immagini del viaggio si rincorrevano disordinate nella mente. Rivedevo la pista del deserto e venirci incontro nella polvere quel ragazzo romano con il Ciao blu, che ci chiedeva in che mese fossimo; poi il camion con l’assale anteriore spezzato e i conducenti marocchini che alla nostra offerta d’aiuto rispondevano: “No problema, quando il padrone si accorge che non arriviamo manda a cercare, oggi o domani “ e  il sole sopra le nostre teste, grande come non l’avevo mai visto, bianco come una luce al neon, sembrava emettere un suono battente che arroventava la sabbia sulla strada.  Stavamo viaggiando soli e ci sentivamo finalmente liberi, allora ho capito che non avremmo smesso ed anche che il nostro vagabondare non aveva più bisogno di compagnia.

Ogni agosto partivamo verso sud, o verso nord, senza meta fin dove la nostra moto e la nostra fantasia poteva arrivare. Grecia, Turchia, Armenia, Siria, Capo nord, Portogallo e ancora avanti  fino a consumare la nostra Guzzi 850T.

Continua                                                                                     Andrea e Rossana

Sahara Occidentale Guzzi 850T

Sahara villaggio

Un’altra moto

 

La nostra Guzzi era arrivata in ogni luogo raggiungibile nel tempo di una vacanza. Tra i suoi meccanismi potevo ancora trovare qualche pezzetto di deserto o di terre islamiche e nell’impianto elettrico la pioggia del nord aveva lasciato un arcobaleno. Ora stava parcheggiata in taverna, vicino a due grandi casse musicali e contornata da cuscini, faceva parte degli arredi delle festicciole di Francesca. Da allora non l’avevo più messa in moto, il suo posto l’aveva preso l’Honda CB BOL D’Or 900 F2 C.

La BOL D’OR non ha riscosso in famiglia lo stesso successo della Guzzi; forse perché i viaggi li facevamo a bordo del furgone 238 Fiat, fattosi camper,  o forse perché è bello cambiare, ma anche perché Rossana lamentava una fastidiosa turbolenza che oltre i cento all’ora le faceva dire di no scuotendo la testa per tutto il viaggio. Forse per tutti questi motivi non riuscivamo a rivivere  quei giorni eccitanti della partenza, quando ogni cosa aveva il suo  spazio; Le borse laterali con i vestiti, la tenda sul portapacchi e poi  un solo punto cardinale da seguire.

L’Honda faceva il suo servizio,  senza difetti, con il quattro cilindri bialbero perfettamente bilanciato e  pronto a lanciare l’urlo attraverso lo scarico quattro in uno. Era perfetta, l’ultima serie dell’84, la migliore, ma accompagnava solo me  lungo la strada di tutti i giorni, casa, lavoro e qualche gita nei dintorni; così senza  mai vivere l’emozione di un’avventura e senza pretese, il suo conta chilometri è arrivato a segnare centomila chilometri.

Diventato professionista, con tanto di studio e targa in metallo satinato, anch’io, banalmente pressato dagli impegni, ho spesso pensato che il tempo vola. Finché un giorno, in accordo con Rossana, abbiamo venduto la nostra casa e costruito quella nuova in campagna, immergendoci fino al collo in un mutuo a lunga scadenza, che come un’ancora ci trattiene in porto.

Il giorno del trasloco avvenne d’agosto del 2001 e non avevo molto tempo per pensare o per discutere, quando sulla porta del garage si è presentato un ragazzotto ben in carne, con occhiali spessi e capelli a spazzola, che ancora prima di presentarsi mi ha chiesto: “Lei ha una Guzzi 850 T degli anni ’70, sono un  collezionista e ho  una ventina di Guzzi di tutte le età, ma la 850 T mi manca”, che cosa potevo dirgli mentre caricavo il divano sul camion dei traslochi ? Non mi è venuto in mente altro che un: “sì”,  detto sottovoce a causa dello sforzo: “Posso andare a vederla?” mi dice. Così ho abbandonato il lavoro da facchino e ho accompagnato il ragazzo in taverna dove solitaria giaceva la nostra vecchia moto, in tal modo è iniziato il rito dei controlli: da prima in piedi dall’alto, poi disteso dal basso ed infine in ginocchio nel mezzo; mentre i suoi calzoni, poco sostenuti da una debole cintura, calavano lentamente rendendo piuttosto ridicola la situazione.

Vedo che ha cambiato gli ammortizzatori posteriori con dei Marzocchi a gas, ha fatto anche delle modifiche alle forcelle per trasformarle ad aria e poi questo cupolino è stato aggiunto; ma il manubrio è quello originale?”

Mi aveva stancato e non avevo tempo per perdermi in chiacchiere: “Si, si! A me piaceva così, ma adesso è ferma da una decina d’anni, è stata radiata e può continuare a fare da arredamento per una vita, comunque ho anche gli originali.”

Alzatosi in piedi e sistemati i pantaloni: “Sono tutte modifiche di quegli anni, vanno benissimo, non mi sfiora neppure l’idea di fare dei cambiamenti, anche a me piace così, dovrò smontarla e rimetterla in funzione, tornerà nuova”

Allora ho pensato che avrei fatto bene, la vecchia 850 T sarebbe ritornata a vivere, ma quando l’ho vista andare via  sopra un carrello, con  una cinghia stretta sui suoi fianchi, ho provato un sentimento di gelosia.

 

La casa era vuota, il camion dei traslochi stava partendo ed io con lui, quando un luccichio nell’angolo della taverna mi ha fatto tornare indietro; il piccolo arcobaleno delle piogge del nord e un po’ di sabbia del deserto erano rimasti li, lasciati in regalo dalla Guzzi, allora li ho raccolti e riposti nella memoria.

 

L’aria di campagna, l’abbaiare dei cani, il verde dell’erba e il canto del gallo mi hanno convito che potevo far a meno anche della Honda, era il 2002, quando l’ho scambiata a  pagamento del saldo di una Volvo Polar, necessaria a Francesca per seguire le lezioni all’Università di Udine e per portare a spasso i suoi Pastori Tedeschi, sempre più numerosi.   

Lo scooter e la rinascita

 

La borsa di pelle marrone stava appoggiata sulle pedane e assicurata al gancio, sarebbe stato un guaio far volare lungo la strada mastri contabili, ricorsi ed appelli. L’ampio parabrezza e il copri gambe mi riparavano, così potevo scorrazzare per le vie della città vestito da professionista. In fin dei conti l’Aprila 150 sr era utile per fare la spola tra l’ufficio e l’Agenzia delle Entrate, però, io seduto sullo scooter non stavo  a mio agio; facile da guidare lo era di sicuro, potevo impennarlo, oppure farlo roteare  come una trottola, ma queste spavalderie non mi avrebbero fatto onore. 

In qualche modo le due piccole ruote stavano riaprendo un varco nello specchio di Alice, ma per tornare nel mondo di là e vivere una nuova avventura  mi serviva una moto di ferro che ricordasse i tempi passati.

Volevo trovare una due ruote che fosse agli antipodi di qualsiasi “plasticone”. Le ricerche in rete conducevano sempre allo stesso marchio: “Harley Davidson”, modificate e personalizzate, una diversa dall’altra, ma sempre  troppo di moda. Vedevo Harley Davidson ovunque, ferme al semaforo, di fronte al bar, nel parcheggio del supermercato ed anche sotto l’ufficio dei miei colleghi convertitisi per il week end, alla regola dei Bikers.

Stavo per convertirmi a quella regola anch’io, quando all’annuncio del possibile acquisto di una “Dyna Fat Bob”  tutta cromata, Rossana, con lo sguardo sconsolato, ha gelato la mia intenzione dicendo semplicemente: “Preferisco un calesse”.

Un calesse ? Che cosa aveva a che fare un calesse con le moto. Certo era che Rossana su quel ferro cromato non sarebbe mai salita; così la mia ricerca ha preso un'altra strada e scrivendo sul motore di ricerca le  parole: “moto – calesse” sono comparse immagini di risciò a motore e  Ape Piaggio attrezzate in mille modi, poi è apparsa l’immagine di una vecchia vespa con il carrozzino, ed ecco l’idea: “Un sidecar”.

Non avevo mai preso in considerazione un viaggio in sidecar, a memoria ricordavo d’aver avuto a che fare  con un Dnepr rosso, che un mio amico guidava come un pazzo alzando il carrozzino ad ogni curva destra, ma io non ci sono mai salito, un po’ per paura e un po’ perché lo trovavo ridicolo.

In breve tempo mi ero riempito gli occhi di immagini di sidecar; scartati quelli che sembravano delle moto con attaccata una cabinovia, la mia ricerca, più estetica che tecnica, spaziava tra quelli d’epoca e vintage, escludendo quelli troppo costosi ed anche quelli più adatti ad un museo che alla strada, così restavano solo Dnepr e Ural. Tra i vari commercianti di vecchi trabiccoli  Max  mi era sembrato il migliore, così, dopo diversi contatti, fotografie e spiegazioni tecniche, mi aveva promesso di procurarmi un Dnepr K750 dell’esercito russo con tanto di stella rossa, che giaceva ancora imballato in una autorimessa militare dell’Ucraina

Navigando in internet avevo trovato un forum di ironici e competenti appassionati di sidecar, che mi mettevano in guardia su tutti guai che avrei potuto attirarmi, così ho imparato che i sidecar russi non perdono olio, ma segnano il territorio e da appassionato cinofilo  capivo bene l’importanza del gesto.

Max non era troppo d’accordo con la mia idea di raggiungerlo a Folignano in treno e poi tornare a casa con il sidecar Dneper 750K ed ho capito il perché quando ho avuto modo di provare di persona, più vicino a casa, un “ferro” del genere, dopo solo mezzora di guida avevo le caviglie cotte dal calore dei cilindri, le spalle a pezzi dallo sforzo di tener a bada il macchinario e quando ho spento il motore sentivo in tutto il corpo l’effetto delle vibrazioni.  “Bello , vero?”  ha detto fiero il proprietario, poi ha guardato il contachilometri: “ Quasi cinquecento chilometri dall’ultima messa a punto, questa sera valvole e  carburazione”.   Sembrava contento che fosse arrivata l’ora di metterci le mani, io invece mi sono precipitato a telefonare a Max. “Scusami, stavo per commettere un madornale errore, a me piace viaggiare e non mi va di massacrarmi alla guida per poi fare il meccanico. Il K750 è bellissimo, affascinate, ma non è quello che desidero ”.

Adesso restava solo la URAL, nuova di fabbrica e non proprio vintage. La Russa IMZ-URAL dagli anni ’40 in poi non ha investito in ricerca e sviluppo, solo qualche aggiornamento per catturare l’interesse del raffinato mercato Europeo.

 

URAL

E’ arrivata a metà luglio dai lontani monti Urali, nera e lucente, è scesa dallo scivolo del carello che la trasportava con l’eleganza di una star di Hollywood, poi con un tocco sul pulsante dell’avviamento il motore ha cominciato a girare e io ho ascoltato il tic – tac delle valvole, delle aste e dei bilancieri; un concerto dal suono metallico, che ricorda una vecchia macchina per cucire.  

Questo è il freno, questo è il cambio,  la retromarcia e l’inserimento della doppia trazione….,  faccia anche attenzione a…..”  La voce si mescolava al rombo degli scarichi d’acciaio e io non l’ascoltavo più, la benzina era poca, dovevo fare il pieno e partire, senza indugiare in spiegazioni.  

Schiacciato in testa il casco a scodella, uno sguardo a Rossana seduta nel carrozzino, poi il metallico “clok”  del cambio ha dato il via alla prima avventura in sidecar. E’ in rodaggio, non si deve superare la velocità di settanta chilometri all’ora, ma a quaranta già assaporavamo l’ebrezza della velocità, il ferro russo va capito e, dopo, dominato, non ci si può buttare allo sbaraglio, neppure se alle spalle c’è una coda di automobilisti impazienti, che poi sorpassano e sorridono all’antico fascino del viaggiare lenti. 

Millecinquecento chilometri di rodaggio, da farsi prima di ferragosto, poi messa a punto perché ci aspetta un su e giù di passi dolomitici da affrontare in sicurezza, con abilità e prudenza. Il passo Rest, poi la Mauria, il Pordoi, il Falzarego fino allo Stelvio ed ancora il passo Giau, il Gavia ed avanti  affrontando lente salite, vertiginose discese e acrobatici tornanti, finché, a valle, Rossana ancora saldamente attaccata al carrozzino, ha commentato: “Adesso ho capito l’origine delle montagne russe”.  

 

HONDA Varadero

Avevo ancora il piccolo scooter ed era arrivato il tempo di separarmene, ma il piacere di viaggiare su due ruote mi aveva spinto a curiosare sugli annunci delle moto in vendita, così sul forum dell’Honda ho scovato l’affare: una Varadero, perfetta, già preparata per viaggiare, allora, mi sono fatto accompagnare in Emila Romagna e  sono tornato a casa seduto sulla grande viaggiatrice.

Ne è passato di tempo da quando con cinquemila lire in tasca e una tenda sul portapacchi del “cinquantino”  avrei potuto viaggiare per giorni, ma allora i paesi dell’Est erano impenetrabili e, per noi Italiani, il nord Europa era troppo costoso, mentre in Spagna c’era il Franchismo e in Grecia i Colonnelli e poi a quindici anni dove potevo andare ? Scuola, casa e vacanze al mare con i genitori, restava da fare solo qualche scorribanda in zona e a mezzanotte coprifuoco. Poi, fine anni settanta, ormai adulto con i travelcheck in dollari, potevo viaggiare in sella alla Moto Guzzi seguendo il bacino mediterraneo.

Oggi con gli euro della BCE pagati a caro prezzo, l’Europa è tutta a portata di moto, mentre i viaggi tra nord Africa e medio oriente sono diventati rischiosi a causa di guerre e attentati. Ora è tutto pronto per ricominciare a scoprire il mondo, una nuova giovinezza solo un po’ più calva e panciuta.