L’elefante alla finestra

 

Gennaio 2014

 

Il signor PX stava sprofondato con la faccia nel cuscino godendosi l’ultimo sonno, quando dei rumori sospetti lo allertarono, rimase immobile e tese l’orecchio buono per sentire più chiaramente, poi si voltò di scatto per guardare l’orologio che con un’abbagliante luce verde segnava le sei e trenta. Mancava ancora mezzora alla quotidiana sveglia, ma ormai non poteva più dormire, si alzò e a luce spenta si appostò furtivamente alla finestra, spostò un lembo della tenda e per non farsi notare sporse un occhio e il naso, ma non credendo a ciò che vedeva, volle che anche l’altro occhio si accertasse se quel figuro che caricava una grande sacca rossa sul portapacchi del sidecar era davvero il suo vicino, Il dottor MZ. Che cosa stava facendo un professionista ormai vicino alla pensione a quell’ora del mattino ancora buia, incurante di una pioggia che mutava in neve? Sembrava prepararsi per un’improvvisa fuga, di certo non era una gita di piacere, nessuna persona di buon senso farebbe una cosa del genere se non costretto.

PX s’infilò le ciabatte e decise di preparare il caffè. Sentendolo armeggiare sulla caffettiera si alzò anche la moglie e stupita, che il marito preparasse la colazione così di buon ora, gli chiese se aveva fatto un brutto sogno per alzarsi così all’improvviso, ma PX non rispose e continuò fare ciò che aveva cominciato, sbirciando di quando in quando dalla finestra della cucina da cui si poteva avere una visone chiara dei preparativi del vicino. Quando la caffettiera cominciò a gorgogliare sentì il lento e profondo “tunf-tunf” del motore bicilindrico che fremeva per partire e incurante del caffè che  bolliva, si precipitò alla finestra del salotto per seguire la partenza e capire quale direzione il suo vicino avrebbe preso. Il sidecar si allontanava velocemente lasciando nella pioggia una scia di fumo bianco illuminato da una debole luce rossa che si rifletteva sull’asfalto bagnato. 

Per il signor PX era una giornata come le altre, scese le scale avvolto nel suo cappotto grigio e l’ombrello nero appeso al braccio, come ogni mattina guardò nella cassetta delle lettere e vi trovò un messaggio del vicino: “Partiamo per il raduno degli Elefanti, in caso di urgenze le chiavi sono al solito posto, grazie”; che cosa voleva comunicargli il dottor MZ scrivendo “Partiamo per il raduno degli elefanti”? Nella sua mente si affollarono nuovi sospetti che rafforzavano la sola deduzione logica possibile, una fuga.

Il signor PX ogni mattina apriva al pubblico lo sportello “Esazione tributi” e una fila di contribuenti disperati dava inizio alle giornaliere lamentele, chi pallido in viso piangeva, chi invece paonazzo gridava e insultava, ma la sue risposte erano sempre le stesse calme e decise:

 “Deve pagare e se vuole rateare deve compilare questi moduli. Quando poi le cose si mettevano male, la risposta era:

 “Non deve prendersela, noi siamo solo degli esattori, deve parlare con l’ufficio impositore”. 

Quella mattina non se la sentiva di affrontare il pubblico, così chiese alla nuova arrivata di sostituirlo, giustificandosi con un improrogabile impegno a evadere delle complicate pratiche di rateazione. Occupò il posto sulla scrivania nel retro-ufficio e per crearsi un alibi aprì un pacco di polverose, quanto vecchie pratiche, si guardò attorno e accese il computer nella speranza di trovare altri indizi che gli dessero indicazioni sulla misteriosa meta del suo vicino.  Impostò la ricerca sulla voce: “raduno degli elefanti ”e con suo grande stupore scoprì che il raduno non riguardava dei veri elefanti, quei simpatici ed enormi animali, che da bambino al circo gli facevano sgranare gli occhi dalla meraviglia, ma , come l’enciclopedia Wikipedia riportava : L'Elefantentreffen, in Italia anche conosciuto come Raduno degli Elefanti, è un celebre motoraduno invernale che, dal 1956, si svolge alla fine del mese di gennaio, per una durata di tre giorni, in località site nell'Europa centrale (Germania, Austria).”  Allora capì che il suo vicino non era in fuga, braccato dalle forze dell’ordine, ma incredibilmente partito per una gita di piacere. Continuando la ricerca si aprirono pagine di fotografie e filmati che raccontavano di assurde tendopoli nella neve o nel fango, di moto che assomigliavano a mucchi di spazzatura con due ruote sotto e forum fitti di discussioni:

 

 “Quest'anno finalmente mi sono deciso a tentare di raggiungere il mitico raduno degli Elefanti in Germania e cercavo qualche compagno di viaggio per condividere l'impresa".

 “Ho incontrato il lupo ! quello ha solo la moto lui se ne frega dell’automobile, va in giro coperto di pelliccia e al posto del casco ha un elmo con le corna, quello è più svitato di me”.

 

 Il signor PX cominciava a sentirsi coinvolto nell’avventura immaginandosi partecipe ed eroico viaggiatore, ma allo stesso tempo fuggiva l’idea convincendosi che queste erano follie da scavezzacolli, inutili sofferenze, mentre dal fondo della sua anima saliva un fastidioso sentimento d’invidia che lo spingeva a reprimere i sogni e a rafforzarsi nella sua logica di prudenza.

Il dottor MZ e la sua compagna stavano aggrappati all’inesorabile sidecar russo, che con il suo “tunf-tunf” sfidava l’intensa bufera di neve, seguito da  occasionali compagni di viaggio, che non provvisti della terza ruota, scivolavano e capitombolavano per poi rialzarsi e continuare, finché esausti molti abbandonarono l’impresa.  Mz e compagna si trovarono soli a procedere verso la meta avvolti in un bianco che non lasciava distinguere la direzione e neppure l’alto dal basso.

Tra scossoni e scivolate con il casco appannato e gli occhi socchiusi a causa dei fiocchi di neve che penetravano come schegge, intravidero una luce azzurra lampeggiante che intimava la fine del viaggio costringendoli a pernottare in una pensione alpina.  Finalmente un po’ di calore e una stanza dove togliersi l’armatura da elefante in trasferta, poi dei camionisti, che li avevano scorti avanzare nella bufera, misero loro in mano due pinte di birra bionda.

Il giorno dopo bisognava raggiungere il raduno a Solla in Germania per condividere con gli altri le emozioni del viaggio e festeggiare nella buca degli elefanti fino a notte tarda il più grande e incredibile raduno motociclistico invernale del mondo.  Scesi dalle Alpi e accolti dal sole, il dottor MZ e compagna alle ore diciassette erano li, nel fango della buca, con il loro braccialetto per l’ingresso infilato nel polso destro e formaggio e vino da dividere con i compagni del moto club che avevano già preparato il campo, acceso il fuoco e arroventato la griglia.

Il signor PX aspettava il dottor MZ al ritorno per esprimergli tutta la sua disapprovazione per quella assurda e pericolosa avventura, a dire il vero sapeva bene che non erano affari suoi, ma indignarsi per un comportamento imprudente gli dava la certezza di essere nel giusto e di non rischiare rimpianti per ciò  cui aveva deciso di rinunciare diventando il rispettabile signor PX.

Era domenica sera quando nello scrosciare della pioggia il signor PX sentì  il “tunf-tunf” del sidecar dei vicini che rientrava e come aveva già fatto giorni prima scostò la tenda per osservare non visto, ma questa volta decise di scendere e salutare, voleva sapere il perché e poi avere la conferma che non valeva la pena di sopportare tanta fatica, era sicuro che il dottor MZ avrebbe ammesso lo sbaglio. 

Il signor PX andò incontro al dottor MZ e coprendolo con l’ombrello lo aiutò a scaricare i pochi bagagli, a sciacquare la moto dal sale raccolto nel viaggio e infine gli disse:

Sono contento che sia ritornato sano e salvo da questa avventura, sarà stanco, mia moglie ha preparato qualcosa per cena anche per voi, ma faccia con calma. Riposi e quando si sentirà in forze venga a cena da noi”.  Il dottor MZ si stupì di questa cortese accoglienza, con il suo vicino non c’era stato un rapporto d’amicizia, ma solo di buon vicinato, guardò la sua compagna, che annuì dicendo:

 “Il frigo è vuoto e ho già un po’ di fame, io  direi di si”. Il signor PX soddisfatto replicò:

 “Allora è fatta, vi aspetto per cena”.

La strategia era quella di convincere con gentilezza il dottor MZ ad ammettere che si trattava di un’imprudenza che mai più si sarebbe ripetuta, una volta basta e avanza.

Il signor PX aveva una cantina ben fornita e sua moglie era un’ottima cuoca, per cui un po’ alla volta la cortesia formale lasciò il posto a un colloquio più franco e amichevole, così il signor PX chiese:

 “Perché avete azzardato un viaggio così scomodo e pericoloso ?” e il dottor MZ, sorseggiando il vino rosso dal sapore asciutto rispose:

 ”Non è il nostro primo Elefantentreffen , ma quest’anno avevamo deciso di non andarci; brutto tempo e  troppo fango, avevano scoraggiato noi e gli altri abituali compagni di viaggio, ma poi ,non so come, all’avvicinarsi del momento partire è stato facile e naturale senza ripensamenti e preparativi.”  

Finì di bere il vino, pensò un po’e poi continuò:

  “Non vorrei che fosse causa del vino, ma l’unico esempio che mi viene in mente è la migrazione delle rondini. Io credo che nessuna di loro smani dalla voglia di partire, lo sanno bene che il volo sarà lungo e faticoso, eppure s’incontrano l’una vicino all’altra sui fili dell’elettricità;, poi la prima s’alza in volo e inizia garrire e le altre la seguono fino a costruire la formazione per il grande viaggio, senza un perché sanno che devono andare”

Nelle parole del dottor MZ non c’era violenza o esaltazione motociclistica per la velocità e il pericolo, c’era un sentimento che il signor PX non aveva mai provato, lui era stanziale, l’idea del viaggio era un fastidio e non il motivo per partire, allora chiese:

 “Io la vedo sistemare e lucidare quel sidecar come un oggetto prezioso, come fa poi a metterlo così a dura prova rischiando di rovinarlo o peggio ?”

Il dottor MZ attese un attimo prima di versarsi del vino e rispondere:

 “E’ vero e, può sembrare contraddittorio, ma ogni viaggio, ogni guasto e ogni danneggiamento, pur ben riparato, lascia la sua cicatrice e con essa un ricordo che fa, di un sidecar qualsiasi, il nostro sidecar, forte  d’esperienza e duraturo nel tempo. Temo di più per quelle giovani moto, che svegliatesi dal letargo in primavera inoltrata fanno ruggire il loro potente motore, entusiaste della velocità e ignare del mondo.” 

Il signor PX non era più così sicuro di dover imporre la sua dignitosa idea di prudenza, ma comunque insistette provando a calcare la mano:

 “Non temete per la vostra salute e quella della vostra signora ? Non siete più dei ragazzini, mi sembra imprudente esporsi a quel modo ad intemperie e pericoli”

 “Per quanto mi riguarda”

rispose più seccamente il  dottor MZ

 “Se non mi osservo allo specchio dimentico facilmente la mia età e poi la mente e il fisico hanno bisogno di cambiare, di mettersi alla prova , il viaggio ritempra, è una fuga dal quotidiano che è ben più dannoso di una tormenta di neve e  ci consuma di giorno in giorno senza che ce ne accorgiamo.”

Il signor PX non insistette e pensò, tra sé e sé, che  aveva capito bene, era comunque una fuga, ma da qualcosa di impalpabile che ci segue silenziosamente, allora si guardò attorno, vide la sua casa, sua moglie, la pianta che cresceva sul balcone e si sentì lontano dal dottor MZ, a lui bastava sfogliare l’album delle figurine dei calciatori che aveva completato da bambino, annusare l’odore della colla e della carta patinata, per commuoversi di nostalgia e frugare tra i suoi rimpianti, trovava dolci questi sentimenti che gli davano la forza di non sentirsi in colpa verso i suoi sogni infantili per averli traditi con i doveri d’adulto.

 “Allora il prossimo anno ci tornerà ?” chiese Il signor PX,

 “No, non credo che ci tornerò” rispose il dottor MZ trattenendo a fatica uno sbadiglio, ma il signor PX capì che non era una domanda da farsi e che se il prossimo anno a fine gennaio avesse sentito, la mattina troppo presto, il “tunf-tunf” del bicilindrico avrebbe spalancato la finestra e a gran voce avrebbe salutato gli Elefanti in partenza ed anche per lui sarebbe stato un buon giorno.  

 Andrea e Rossana

 

Fan(dan)go la danza degli elefanti

Le fatiche e le avversità di un’avventura fanno stringere amicizie che non saranno dimenticate.

 

Prologo

 

Il desiderio nasce per caso, bastano poche parole: “Io l’anno scorso ci sono stato, era come vivere in un film un po’ Felliniano e un po’ Mad Max”, nel dirlo gli altri sentono l’entusiasmo ed è naturale che si lascino trascinare da sogni motociclistici simboli di libertà e stravaganze: “Il prossimo anno ci vengo anch’io”, promesse che dovrebbero restare tra le chiacchiere di una serata, ma poi la voglia di cambiare, di sentirsi attore e partecipe di un ricordo che non abbandoneremo, ci fa prendere il telefono e, come se tutto fosse già predisposto, pronunciare la formula che da il via all’avventura degli Elefanti: “ Quando ci incontriamo per organizzare il viaggio, devo saper come vestirmi, come preparare la moto e cosa portare da mangiare, e poi chi viene in quanti saremo ? ”, Ora è inevitabile, costi quel che costi si parte.

 

 Preparativi, storie di griglie e motoseghe, grappe e salsicce, e come se fosse impossibile arriva la mattina d’inverno, ancora buia e fredda in cui ti trovi ad infilarti calzamaglia, maglioni di vario genere, tute invernali e antipioggia e a dimenticare qualcosa d’importante insieme alle quotidiane abitudini.

 

La partenza

 

Rossana è pronta prima di me “dai muoviti che ci staranno già aspettando al primo autogrill”, ma io devo controllare il sidecar, scaldare il motore, poi è necessaria un’altra ingrassata protettiva perché il sale sulle strade è un vero pericolo per il ferro russo.  Guardo la finestra della camera rimasta vuota e mi chiedo “che ci faccio il 31 di gennaio, vestito a multi strati sotto questo cielo scuro, ed ho pure trascinato quattro persone ignare degli effetti che può causare un viaggio in moto tormentato dalle intemperie più varie ed inaspettate, e non è da trascurare la permanenza in Fossa che lascia il segno”, ma poi me ne faccio una ragione e mi convinco che tutti possono sentire il richiamo di  Ulisse e del mito del viaggio.

 

La strada è ancora scura e trafficata da auto concentrate sul loro andare, la mia l’Ural caricata per le vacanze d’inverno strappa un sorriso a chi riesce a distogliere lo sguardo dalla meta quotidiana.

 

Mentre ascolto il suono del motore valuto le previsioni e la conseguente organizzazione: “Non fa freddo come avevo detto, ma salendo verso le Alpi il clima sicuramente cambierà ”.   Sono quasi arrivato al punto d’incontro, quando mi affianca una BMW, è Paolo seguito da Eleonora con la sua vettura d’appoggio piena di cibarie e attrezzature.

 

Ci siamo questo è il punto d’incontro, la Goldwing di Tiberio e Arianna è già pronta rivolta verso Solla. Nel parcheggio c’è chi si ferma e si stupisce senza chiedere , chi invece ha già capito: “Andate all’Elefantentreffen”.  D’altronde siamo riconoscibili e non siamo soli, sull’autostrada passa un gruppo di motociclisti e il saluto tra “Elefanti” è un rito, chi fa il segno di vittoria, chi lampeggia e chi impegnato alla guida saluta con la gamba. La solidarietà si sente ed oggi è speciale, forse perché noi così esposti all’inverno ci sentiamo più liberi e attenti a ciò che ci circonda.

 

Il viaggio

 

La giornata si fa più luminosa è un anticipo di primavera. Passato Villach il termometro segna otto gradi, certo che sui Tauri la temperatura scenderà sotto zero, ma siamo ben attrezzati e questo non ci spaventa.

 

Dall’autostrada scorgo il castello di Hohenwerfen, palcoscenico del film “Dove osano le aquile”, mancano circa una cinquantina di chilometri a Salisburgo, poi conviene abbandonare l’autostrada e dirigersi per strade secondarie a Grafenau nel parco Bayerischer  Wald verso la pensione Stoecklholz , che è il luogo d’incontro per tutta la carovana dei soci dell’Ural Club.

 

Le strade si snodano tra malghe e boschi, forse il navigatore vuole farci fare un giro turistico e io lo assecondo volentieri. Sono le due del pomeriggio e gli stomaci brontolano e reclamano la sosta, detto fatto, appare la gasthause Eggerberg, ci accomodiamo ad un tavolo massiccio con sopra appesa al soffitto una moto scolpita in legno, a quanto pare ai motociclisti questo posto piace e capiamo il perché appena arrivano le portate.

 

Abbiamo fatto tardi, ma ne valeva la pena, ora mancano circa centoquaranta chilometri per arrivare alla nostra pensione, un paio d’ore di viaggio e ci siamo.

 

L’arrivo

 

E’ buio e seguiamo l’auto di Eleonora che ci porta a destinazione. Appena arrivati scarichiamo alcuni bagagli e cerchiamo un parcheggio riparato ma quel po’ di tettoia è già occupato e comunque i nostri sidecar non ci sarebbero stati, allora decidiamo di lasciarli davanti all’entrata e, visto che minaccia pioggia, li copriamo con il telo. Durante l’operazione arriva il gruppo dell’Ural Club proveniente da ovest (noi siamo quelli dell’est), in breve il piazzale si riempie di sidecar, ora siamo al completo, quindi tutti a cena. La Gasthause è a Thurmansbang, ma delusione, lo stinco alla Asterix non c’è, per cui Gulaschsuppe  e rientro alla pensione per consolarci con un vario assaggio di  grappe e liquori fatti da Eleonora e Paolo,  quella al peperoncino è devastante e adatta all’ultimo assaggio, perché l’anestesia che  segue non lascia spazio ad altro.

 

La Buca

 

Grande fermento dopo la colazione del mattino, telefoniamo al gruppo della Vespa Club di Trieste, che è  accampato in buca: “Arriviamo ! Abbiamo la motosega, la  Ural Club  griglia,  cibi sopraffini, vino e birra in abbondanza ed anche la grappa al peperoncino, ottima per il  risveglio"  Ci dicono che la Buca è un mare di melma, la neve si è sciolta e piove.

 

L’arrivo è spettacolare, moto e sidecar ovunque, è la vittoria delle rat bike (dal triestino: moto da scovazon). Botti, sirene antiaeree, cannoni spara patate,  personaggi strani con abiti a pelo lungo e copricapi con corna s’aggirano carichi di legna e balle di paglia.

 

Ora tocca a noi.  Super Mario è arrivato da Trieste con la Vespa stracarica di padelle, teli e attrezzature da campo, lui è già pronto con il fuoco acceso e  la padella da Elefantentreffen con il vin brûlé. Il campo è quasi protetto dalla pioggia con improbabili teli e gazebi legati insieme da fascette da elettricista.  Ora è necessario andare a prendere altre balle di paglia e legna, così l’ Ural stracarica risale nella melma della buca, come una vera macchina da lavoro. Guardo la moto e mi vedo nello specchietto retrovisore, non siamo più gli stessi “l’Elefante” ci ha trasformati, ora facciamo parte della fauna della Buca, possiamo infangarci, bagnarci e  anche bere la grappa al peperoncino, non abbiamo nulla da perdere.

 

Mangiamo nel fango, beviamo nel fango e nel fango arriva anche una troupe televisiva Tedesca che ci scova  seguendo le chiacchere che correvano in buca  c’è un gruppo d’ Italiani che cuoce  salsicce, cevapcici, bistecche ed anche la porchetta” , comincia l’intervista parlando di moto , chilometri percorsi ed emozioni, ma poi  l’intervista vira sul culinario ed anche l’operatore con una zoomata afferra un fragrante pezzo di porchetta.

 

Camminare nella  fossa stordisce,  il fragore delle moto e gli spruzzi di melma sono l’inevitabile rito che trasforma chiunque nel Golem, l’uomo di fango.  Mentre continua a piovere andiamo alla ricerca di gadget, fotografie e filmati che fermino nella memoria gli  entusiasti delle risalite.  Nella buca non ci sono gruppi rock , lo spettacolo nasce spontaneo e ti rende partecipe, per questo dispiace andarsene quando gli altri restano attendendo la notte alla luce dei fuochi. Forse siamo degli “Elefanti” pigri o troppo ben abituati, ma alla pensione Stoecklholz ci attende sauna,  piscina e un letto caldo.

 

La sera arrivano altri sidecar per passare il sabato in buca, mentre il nostro gruppetto dell’est consulta le carte per il ritorno attraverso la Repubblica Ceca e il parco di Sumava, notte a Cesky Krumlov e poi a casa lungo la strada per Linz – Salzburg – Udine.

 

Il ritorno

 

La mattina ci prepariamo per un passaggio in buca, ma Mario mi telefona avvisandomi che la notte è stata infernale la melma ha invaso il campo entrando nelle tende, per cui hanno tolto tutto e stanno avviandosi verso Salzburg. Il gruppo Ural Club non rinuncia al sabato in buca per cui ci salutiamo e proseguiamo nel nostro progetto verso il parco di Sumava.

 

Quaranta chilometri ci sperano dal parco e dalla Repubblica Ceca, la strada sale e in breve la pioggia si trasforma in neve, l’ambiente è più antico e agreste, la strada attraversa a curve i boschi di abeti per poi correre dritta con lunghi Sali scendi, siamo soli il traffico è sparito. Devo trattenermi per non abbandonare la strada principale ed inoltrarmi in percorsi da scoprire, ma la nevicata copre la strada e Cesky Krumlov merita qualche ora di vista, per cui tiro dritto alla destinazione.

 

La pensione Katka è all’entrata del centro storico, il proprietario grassottello e silenzioso ci apre il portone del parcheggio e ci consegna le chiavi delle stanze, che arredate con semplicità sanno di tempi passati.  Sono le tre del pomeriggio e decidiamo di infilarci in una scura birreria, con i soffitti a volta, camini accesi e un arredo rustico, la cucina e la birra sono ottime. Usciamo al cinque di sera e dopo una visita al castello e al centro città, facciamo sosta in un rock pub con una facciata poco invitante, ma il suo interno è perfettamente grezzo e intonato al rock duro anni settanta, ci scoliamo birra e slivovitz ascoltando AC DC, Nirvana e il grande Jimy Hendrix,  perfetto per degli “Elefanti” in trasferta. Non ci va di andare a dormire e ci fermiamo a chiacchierare nella stanza di Eleonora e Paolo, sorseggiando liquore di vino Terrano e spizzicando salumi e formaggio, domani ci aspettano 540 chilometri, ma voglio prendere il ritorno con calma gustando l’ultima avventura.

 

E’ domenica e dall’Elefantentreffen ci giunge notizia che la melma si è trasformata in ghiaccio e la neve sta coprendo tutto. Partiamo con il sole mentre da isolate nuvole scendono fiocchi di neve, che luccicano nell’aria. Avanzando verso i Tauri, il sole sparisce e i fiocchi di neve diventano una bufera.  Passato Salzburg decidiamo di fermarci un paio d’ore  in una Gasthaus prima di attraversare le lunghe gallerie che attraversano le Alpi . Quando usciamo, la neve ha coperto le moto e tutto è diventato bianco.

 

Questa è l’avventura dell’Elefantentreffen, siamo partiti con il sole, ci siamo immersi nel fango, bagnati con la pioggia e gelati sotto la neve, ora non ci resta che scendere verso l’Italia, mettere un’altra tacca sulla spilla del raduno e darci appuntamento per raccontarci della nostra avventura e progettarne di nuove, senza lasciare che il tempo ci passi sopra.

 

Andrea e Rossana